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"Vi presento La Sindrome di Erasmo" - Riccardo Morandini si racconta

Aggiornato il: 2 giorni fa

A pochi giorni dall'uscita del primo singolo – e del primo video – dell'artista di origini friulane, ecco l'intervista che racconta la carriera artistica di Riccardo Morandini


Allora Riccardo, come nasce La Sindrome di Erasmo?


"Nel titolo c’è un riferimento un po’ ironico all’Erasmus. Quest’ultimo di solito è un’esperienza molto leggera e divertente, ma si prestava bene a diventare un simbolo-pop di una condizione piuttosto comune nella contemporaneità: il fatto che sia più importante perseguire la realizzazione personale, identificata di frequente con quella professionale, che coltivare i legami affettivi. La sindrome di Erasmo perché, in Italia più che in altri paesi, questa realizzazione si colloca spesso nel vagheggiato eldorado dall’estero, dato che in molti ambiti offre concrete opportunità lavorative (e non solo) in più. Nel desiderio di migliorare la propria situazione lavorativa, o nella ricerca di un’evoluzione personale che può apportare la vita all’estero, non c’è ovviamente nulla di male. Il rischio dal quale il brano mette in guardia è che quest’ultima si trasformi in una tendenza psicologica morbosa (appunto la sindrome di Erasmo) in cui non si riesce ad abbracciare davvero la situazione di vita attuale perché sempre distratti da altri ipotetici scenari più luminosi… E che non si riesca a coltivare davvero dei legami affettivi perché vengono sempre vissuti come un ostacolo a queste possibili svolte."


Riccardo Morandini – La Sindrome di Erasmo cover

Riccardo Morandini – La Sindrome di Erasmo


Il videoclip, girato all’interno del Giardino Monumentale di Villa Barbarigo Pizzoni

Ardemani a Valsanzibio (PD), dona un tocco estremamente suggestivo alla canzone.

A cosa si deve la scelta della location? In che modo il videoclip arricchisce il singolo?


"Intitolandosi l’EP in uscita a Febbraio Eden, la scelta per la location del videoclip è caduta naturalmente su un giardino. Dopo alcune ricerche mi sono imbattuto nel meraviglioso giardino monumentale di Valsanzibio di Villa Barbarigo, poco fuori Padova. Quest’ultimo è stato concepito come un ringraziamento all’Altissimo da parte del cardinale veneziano Zuane Francesco Barbarigo per aver risparmiato la sua famiglia durante la peste del Seicento. Infatti, le statue, i labirinti e le fontane che lo popolano non sono solo apprezzabili dal punto di vista estetico ma anche da quello simbolico, costituendo delle tappe di un percorso di redenzione. Dovendo girare un videoclip, i simboli sono chiaramente un tesoro prezioso che ci ha aiutato a sottolineare e ampliare il significato del testo. Infatti, nel video, che a un primo sguardo potrebbe sembrare abbastanza scollegato dal brano, gli effetti visivi di esposizione multipla, il labirinto in cui si svolge la parte finale, l’apparizione del tarocco nell’ultima scena, le ballerine stesse, sono tutti elementi simbolici che si riferiscono al contenuto della canzone."


A proposito della ricerca individuale – tema caro a questo brano – sono gli individui che

non credono più nella collettività o è la società che si è scordata degli individui?


"Credo che queste dinamiche siano sempre interconnesse e siano l’una causa dell’altra. Quello che posso dire nella mia esperienza è che invidio chi ha vissuto in epoche in cui ci si poteva identificare in qualcosa che trascendesse l’individuo (che fossero le ideologie o anche la religione), e che ti connettesse agli altri. Mi sembra che nella contemporaneità l’unica prospettiva sia quella individualistica del successo lavorativo, della carriera, dello sbaragliare gli avversari. Poi con l’iperconnessione digitale siamo chiamati ad essere continuamente produttivi e, cosa a mio parere ancor più subdola e pericolosa, anche gli aspetti dell’esistenza che esulano dal lavoro (le relazioni, certe forme di spiritualità, lo sviluppo psicologico, il tempo libero) vengono inglobate in programmazioni di produttività e automiglioramento. Ciò che esula dal lavoro non ha valore di per sé, ma solo in quanto fa funzionare meglio la macchina umana che deve essere sempre ben oliata e performante. Ritornando alla domanda iniziale penso spetti agli individui riscoprire una dimensione sociale e collettiva, invece di accusare i tempi o il sistema (come ho appena fatto io). Dato che spesso ci si sente distanti e dimenticati dallo stato e dalla politica, la soluzione potrebbe venire da nuove forme di cooperazione dal basso."


Come accennavi tu, il singolo anticipa il tuo EP d’esordio, Eden, la cui uscita è prevista per i primi mesi del nuovo anno. Cosa dobbiamo aspettarci?


"L’EP conterrà 3 brani più un’introduzione strumentale. Ho voluto intitolarlo Eden perché in tutti i brani serpeggia l’idea di un paradiso perduto d’innocenza e irresponsabilità che deve infine essere abbandonato. Curiosamente ho vissuto in prima persona questa esigenza con l’approssimarsi dei trent’anni ma mi è sembrato di vederla allo stesso tempo riflessa nel mondo esterno. Ci si rende conto che il tempo e le risorse a disposizione non sono infinite e ci si sente investiti di un maggiore senso di responsabilità verso la propria esistenza (individuale e collettiva). Dal punto di vista musicale penso si troverà una coerenza di sound con La sindrome di Erasmo, pur avendo ogni pezzo la sua identità… Direi sempre all’insegna di un pop barocco, ricco e colorato in quanto ad armonie e arrangiamenti."


Dopo anni da strumentista, hai scelto di intraprendere un percorso artistico di tipo

cantautorale. Come mai questa scelta?


"Negli ultimi anni avevo vissuto un periodo di stasi e frustrazione come strumentista. Il mondo della musica strumentale può essere molto competitivo e allo stesso tempo autoreferenziale, o almeno io l’ho vissuto così ed ero un po’ uscito dalle sue dinamiche. Avendo voglia di dedicarmi ad altro, per un anno ho letto molto e mi sono messo anche a scrivere. Ho recuperato l’ambito umanistico verso cui mi sono sempre sentito portato e che costituiva l’alternativa al conservatorio quando dovevo scegliere il mio percorso di studi. Tornando alla musica è stato abbastanza naturale trovare una sintesi tra le due cose e, mettendo in gioco entrambe le mie capacità, mi sono anche sentito più completo e appagato. Inoltre, nello scrivere canzoni ho trovato un approccio molto più fresco e libero da dover essere e da ideali di perfezione verso i quali tendere. Mi sento libero di fare la mia cosa e al massimo mi preoccupo della ricezione del pubblico, più che di quella dei musicisti."


Durante la tua carriera hai fatto parte come strumentista di più formazioni

musicali, molto diverse fra di loro. C’è un genere che prediligi e a cui ti ispiri?


"Da adolescente ero un metallaro quindi ascoltavo soprattutto metal e rock. Poi con il percorso accademico al conservatorio mi sono concentrato molto sul jazz pur mantenendo sempre le orecchie aperte anche in altri ambiti. Se fino a qualche anno fa ero interessato soprattutto all’aspetto strumentale della musica ora sto ascoltando prevalentemente cose che prevedano il canto, spesso legate alla forma canzone. Comunque sono davvero onnivoro, vario molto a seconda della stagione, del luogo in cui mi trovo, delle cose che sto facendo… A volte invidio i monomaniaci per il grado di approfondimento con cui calano in un singolo genere, ma mi rendo conto di avere un approccio diverso e una forte esigenza di varietà. Sono vari gli artisti che ho ascoltato spesso negli ultimi anni: Neil Young, George Harrison, Debussy, Battiato, Battisti, Iosonouncane, Pink Floyd, Beatles, Buena Vista Social Club, Ornella Vanoni, Black Keys, Baustelle, Bowie e molti altri… Non sono bravo a scegliere!"


Generalizzando, preferisci il testo o la musica nelle canzoni?


"È più facile che preferisca la musica perché sono molto più severo nel giudicare i testi. Mentre non faccio difficoltà a trovare canzoni che mi piacciano dal punto di vista musicale, ci sono davvero pochi autori i cui testi mi colpiscono davvero, e trovo che scrivere le parole di una canzone sia veramente un lavoro da equilibristi: trasmettere dei contenuti non scontati senza pesantezza e pose intellettuali, utilizzare un lessico ricco e originale ma senza essere troppo aulici e pomposi, essere pop e usare espressioni colloquiali (anche volgari) ma senza scivolare nella banalità."


Che cosa ti aspetti, infine, dalla tua carriera artistica?


"Il fatto di pensarmi come cantautore è una novità per me e sono ancora in una fase esplorativa di questa nuova identità. Penso anche che non abbandonerò la mia attività come strumentista. In entrambi gli ambiti l’obiettivo è sempre raggiungere il pubblico più ampio possibile e poter vivere solo della propria musica. Dal punto di vista della ricerca musicale, se qualche tempo fa ero più attratto dalla musica sperimentale e senza compromessi, in questo momento la cosa che mi affascina di più è scrivere qualcosa di raffinato e originale sia dal punto di vista musicale che da quello testuale, ma mantenendomi lieve e pop. Nei prossimi lavori spero di riuscire a raggiungere sempre questo equilibrio."


Intervista a cura di Sacha Tellini

Per la fotografia si ringrazia Sfera Cubica - Ufficio Stampa

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