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"Una nave pirata in un mare sempre in tempesta": gli A Toys Orchestra si raccontano a Rockography

Aggiornato il: 31 dic 2018

Abbiamo avuto il piacere di intervistare Enzo Moretto e Ilaria D'angelis, due dei tre membri che hanno fondato la band A Toys Orchestra.

Buona lettura!


Partiamo dalle origini: gli a Toys Orchestra nascono ad Agropoli nel 1998, venti anni fa.

Com’è nata la vostra band e a cosa si deve la scelta di questo nome ?


“Il gruppo nasce fondamentalmente per fare fronte ad una nostra esigenza di allora. Agropoli era, e per certi verso lo è ancora oggi purtroppo, un paesino di provincia dove mancano tante cose: a quel tempo, pur avendo molto da offrire da un punto di vista paesaggistico, non c’era un cinema, né un’edicola dove arrivassero, ad esempio, dei giornali di musica, che dovevamo andare a comprare a Salerno o a Napoli. Un paese che aveva poco da offrire, soprattutto ai più giovani. Abbiamo quindi deciso di creare noi una realtà che riempisse il vuoto che avevamo intorno, cercando di dare forma a qualcosa che contribuisse ad emanciparci dal contesto nel quale vivevamo. Se è vero che da ormai dieci anni ci siamo traferiti altrove, è anche vero che i primi dieci anni della nostra carriera li abbiamo vissuti ad Agropoli, durante i quali abbiamo trovato moltissimi ostacoli, di svariata natura: ad anni di distanza, dobbiamo ammettere che le sfide che abbiamo incontrato sulla nostra strada sono state per noi una spinta fortissima per credere ancora di più in quello che stavamo facendo. Non ci siamo mai accontentati di ciò che avevamo, e questa è stata la nostra più grande ricchezza, la nostra più grande motivazione.

Il nome del gruppo, deriva dal fatto che tutti avevamo voglia di suonare quanti più strumenti possibili, senza cercare una specializzazione in un singolo strumento. Volevamo quindi essere, a suo modo, una piccola orchestra, ma l’orchestra è sempre un qualcosa che mette addosso una responsabilità enorme da un punto di vista musicale: abbiamo quindi deciso di “sdrammatizzare” chiamandoci Orchestra di giocattoli, addirittura UN’ orchestra di giocattoli e non L’orchestra di giocattoli.

I fondatori del gruppo siamo io (Enzo Moretto, ndr), Ilaria D’Angelis e Raffaele Benevento.”


Com’è cambiata nel tempo la formazione della band ?


“È cambiate tantissime volte. Il nucleo originale, come ti ho detto poco fa, è composto da me (Enzo Moretto, ndr), Ilaria e Raffaele. Nei primi anni, abbiamo lavorato come formazione a quattro con un batterista, Fabrizio Verta. Col passare del tempo, abbiamo cominciato a sentire un interesse che ci spingeva verso l’allargamento della nostra band, senza, al contempo, volerci immedesimare in nessun tipo di genere musicale: non volevamo metterci nessun paletto, volevamo cercare di sperimentare il più possibile. Volevamo ambire, in maniera assolutamente esagerata, a rappresentare tutti gli stili musicali insieme: è stato proprio il nostro essere così “eccessivi” che ci ha spinto a cercare in profondità quello che volevamo che fosse il suono degli A Toys Orchestra. In questa nostra continua ricerca, possiamo dire che ci ha dato man forte il nostro essere umili: se è vero che da una parte volevamo strafare, è anche vero che ci siamo posti nelle nostre sperimentazioni musicali con un approccio che ci ha sempre fatto sentire come se dovessimo sempre migliorarci in ciò che facevamo, cercando di crescere per arrivare continuamente oltre a ciò che avevamo poco prima raggiunto. Insieme alla nostra voglia di suonare c’era anche una fortissima voglia di scoprire, di cercare, sperimentare, come una nave pirata che cerca un approdo in un mare costantemente in tempesta.

Attualmente, la formazione della band è la seguente:

Enzo Moretto - voce, chitarra, tastiere, sintetizzatore

Ilaria D'Angelis - voce, basso, synth, tastiere, chitarra

Raffaele Benevento - basso, chitarra, voce

Andrea Perillo - batteria, percussioni, loop

Julian Barrett - piano, synth, chitarra, basso. ” 


Ilaria D'Angelis e Enzo Moretto, fondatrici della band A Toys Orchestra

Nel corso della vostra carriera avete pubblicato 7 album, 1 EP e 4 compilation: qual è stato il punto di svolta della vostra carriera ?


“Probabilmente per noi non è esistito un vero e proprio punto di svolta, perché abbiamo avuto il grande privilegio di fare una gavetta: non ci è mai interessato accorciare le tappe e saltare dei passaggi che, col senno di poi, ci hanno arricchito molto. Ogni capitolo è stato, a suo modo, una piccola svolta. Se proprio vogliamo definire ed indentificare un punto di svolta preciso, questo è probabilmente arrivato con il nostro secondo album, CuckooBoohoo (2004, ndr): quest’ultimo è stato il disco che ci ha portato dall’essere un gruppo locale campano ad essere un gruppo che cominciava ad affacciarsi sul panorama nazionale, sia per quanto riguardava il punto di vista discografico, mediatico, e anche dei live. Il nostro primo vero tour è infatti venuto con CuckooBoohoo ed è stato lunghissimo, composto da 125 date in un anno. In quegli anni eravamo anche in altissima rotazione sulle varie emittenti musicali, come MTV, che oggi, anche giustamente, sono appannaggio di altri e di altro. Quello è stato il momento in cui ci siamo ritrovati a suonare dal pub di Agropoli ai club italiani, dove si esibivano quegli artisti che all’epoca erano i nostri idoli. Non facevamo più musica nella nostra cameretta sperando che il nostro messaggio arrivasse a qualcuno: di fatto, abbiamo cominciato a fare i musicisti di professione. Quell’anno, arrivammo anche ad essere “gruppo del mese” per la BBC.”


All’interno di CuckooBoohoo è contenuto il singolo “Peter Pan Syndrome”, il cui videoclip ha riscosso prestigiosi premi, come il migliore videoclip originale (premio speciale de La Repubblica), miglior fotografia (premio Fandango “video clipped the radio star”) e il premio Mei clip d’estate, assegnato all’interno della rassegna Capalbio Festival. A cosa si deve così tanto successo per questo videoclip ?


“La prima cosa da sottolineare è che il videoclip è stato girato da Fabio Luongo (lo stesso del videoclip del brano Powder of the Words di qualche anno dopo), in maniera, a livello tecnico, davvero incredibile. Abbiamo arruolato una cinquantina di volontari provenienti dall’Università di Bologna, e una volta strutturato il “cast”, abbiamo girato il video del brano in tre posti diversi, sempre a Bologna: all’XM 24 abbiamo fatto i costumi, al Duse abbiamo girato gli interni e sui viali di Bologna abbiamo fatto gli esterni. L’idea dello scheletro che viene dall’oltretomba e si ritrova in mezzo alle persone reali, che poi sono i veri mostri, è venuta proprio da Fabio che, venutoci a trovare in studio mentre stavamo registrando il disco, ci ha colti mentre stavamo calibrando il theremin, lo strumento che permette la riproduzione, anche nei film, di alcuni suoni associabili a situazioni di orrore e paura. A tutto ciò ha contribuito anche il produttore di CuckooBoohoo, che è anche il produttore del nostro ultimo disco Lub Dub, ossia Giacomo Fiorenza. 

Il video del brano nasce in un periodo (2004, ndr) in cui la musica indipendente in Italia stava cercando un grosso respiro internazionale, quindi era molto più focalizzata sulle band che cantavano in inglese: oltre a quanto detto prima, il fatto che cantassimo in inglese ha sicuramente giocato a nostro favore.

Abbiamo un grosso legame affettivo che ci lega a quei premi e agli altri che abbiamo vinto in quegli anni, ma dobbiamo constatare di quanto poi, nel tempo, sia rimasto poco del loro effettivo valore: al giorno d’oggi, essere sulla copertina di una rivista o vincere dei premi ha meno valore di un tempo. Probabilmente un premio, che è generalmente dato da una o più persone che appartengono ad un determinato settore, e quindi qualificate per farlo, viene identificato come un qualcosa che ha più valore rispetto, ad esempio, alle visualizzazioni di un video musicale su internet, che rimanda ad un altro tipo di valore, ossia a quello relativo alle persone a cui arrivi, al di là della qualità intrinseca del prodotto che viene realizzato e poi diffuso. Al contempo, è anche però vero che le visualizzazioni sono uno strumento assolutamente democratico e realistico, perché è uno strumento che è totalmente in mano al pubblico.” 

Venendo ad oggi, l’ultimo vostro album di inediti è Lub Dub, uscito nel 2018. Il titolo richiama i suoni del cuore durante la sua attività di pompaggio del sangue nel nostro corpo, quindi un qualcosa che accomuna tutti noi: che cosa rappresenta, per voi, questo album ?


Ilaria D'Angelis e Enzo Moretto durante l'intervista

“È difficile trovare una risposta a questa domanda, proprio perché è estremamente attuale, ancora “pulsante”. Dopo quasi quattro anni che non facevamo più un disco, Lub Dub è nato quasi all’improvviso, ed è come se le canzoni fossero già pronte da tempo. Quando, infatti, abbiamo inaugurato l’idea di incidere un nuovo disco, ci siamo aggrappati a quelle poche idee spontanee e nemmeno chiare che avevamo: l’importante è che fosse per noi un disco veritiero ed attuale, che andasse in contrasto con il momento storico che stiamo vivendo, ossia un momento particolarmente cinico. Lo abbiamo fatto veramente in un attimo: siamo andati in studio con quelli che erano degli imput, e solo in studio abbiamo capito come sviluppare le nostre idee, che per la maggior parte sono nate improvvisate: ecco perché questo disco è nato in modo così incredibilmente autentico. 

Proprio Giacomo Fiorenza, produttore di Lub Dub e di CuckooBoohoo, ha dato un contributo fondamentale alla riuscita di questo cd: ci siamo rivisti dopo oltre dieci anni sempre a Bologna, e se ai tempi di CuckooBoohoo avevamo un gran voglia di emergere, a questo giro le nostre volontà erano accomunate dal fatto che volevamo riprenderci, attraverso le nostre canzoni, alcuni spazi che sono stati sottratti alla musica in inglese fatta da band italiane a favore del cantautorato e del pop italiano. Per provare a riprenderci questi spazi, dovevamo assolutamente fregarcene di tutto, e fare solo ed esclusivamente quello che volevamo: rompere le righe era secondo noi l’unico modo per riuscire a essere visibili. Questo disco, che è stato fra quelli che abbiamo fatto di recente ciò che ci ha riportato più vicino alle nostre origini, ha poi effettivamente avuto la giusta cassa di risonanza. È stata una scommessa, e l’abbiamo vinta: Lub Dub è il primo disco degli A Toys Orchestra che ha collezionato recensioni e pareri esclusivamente positivi, almeno da parte della critica di settore. ”


Per celebrare l’anniversario dell’uscita del vostro penultimo album, Butterfly Effect, avete deciso di rilasciare, su Spotify; le versioni dei brani di quest’album accordati solo per pianoforte: a cosa si deve questa scelta ?


“A onor del vero, quando abbiamo fatto Butterfly Effect, è stato uno dei periodi più drammatici della nostra carriera. È un disco che parla della teoria del caos, e noi in quel momento eravamo nel caos più totale: è un disco che è stato assolutamente autobiografico, che fotografava le nostre vite durante quel periodo. È stato molto faticoso da un punto di vista emotivo produrre questo cd, e questo ha fatto sì che quando il disco ha trovato la sua chiosa, dopo due mesi passati a Berlino per curare la registrazione del disco, io (Enzo Moretto, ndr), decisi di rientrare ad Agropoli, per abbracciare una dimensione a me più intima e familiare che mi ridesse quella tranquillità che assolutamente non avevo in quel periodo. Tuttavia, la noia si è riappropriata quasi subito di me, ed è in questo contesto che è nata l’idea di incidere le canzoni utilizzando solo il pianoforte per registrare nuovamente i brani di Butterfly Effect: era il momento di cercare un suono più “calmo” da donare all’album (proprio come quella calma di cui tutti noi avevamo bisogno), una melodia che si distaccasse fortemente da tutti quei suoni robusti ed energici che avevano contraddistinto la prima incisione dei brani dell’album. Mi sono quindi ritrovato con Julian Barret, che era da poco diventato un nuovo componente della band e che è un bravissimo pianista, nello studio vicino ad Agropoli di un nostro amico, Maurizio Sarnicola, che è invece un ottimo fonico, ed è così che è nata, nell’Agosto del 2014, questa versione di Butterfly Effect. Anche questa incisione è stata quindi improvvisata, e quattro anni dopo abbiamo deciso di tirarla fuori dal cassetto per diffonderla.”


Ilaria D'Angelis e Enzo Moretto durante l'intervista

Siete considerati dalla critica di settore una band appartenente ai generi rock alternativo e pop rock: come si definiscono oggi gli A Toys Orchestra musicalmente parlando e quali cambiamenti avete avuto, a questo proposito, nel corso degli anni ?


“Sinceramente non ci siamo mai interessati alle etichette che ci venivano, e ci vengono tutt’ora, date da altri. Fino a qualche anno fa, l’indie rock era una terminologia dalla quale tutti scappavano: a noi non è mai importato niente nemmeno di dissociarci da questa definizione quando ci è stata data, in fin dei conti facciamo parte di un’etichetta discografica indipendente. Questa è la nostra realtà, e queste sono le nostre origini. Allargando il discorso, oltre ad una definizione che rimanda ad un genere strettamente musicale, noi siamo soliti associare il termine indie rock più semplicemente ad una questione di budget: all’interno di questo mondo, etichette indipendenti danno la possibilità ad artisti di pubblicare i loro lavori che dalle major non sarebbero mai pubblicati, però a queste pubblicazioni corrispondono anche minori investimenti, anche se non è detto che non arrivino comunque ad abbracciare un pubblico ampio e variegato.

Al giorno d’oggi, dovremmo chiederci quali artisti rappresentano veramente l’indie rock e quanto quest’ultimo possa essersi distaccato dalle sue origini: se è vero che, al momento della sua nascita, questa corrente musicale ha permesso di dare spazio a quella fascia di artisti intermedia che si collocava fra gli artisti emergenti e quelli famosi a livello nazionale e/o internazionale, creando di fatto una nuova utenza, è anche vero che oggi quella fascia intermedia è stata molto compressa e ridimensionata. La visibilità che oggi hanno gli artisti appartenenti al mondo indie noi ce la sognavamo: gli Zen Circus dell’epoca o il Teatro degli Orrori, tanto per citare due band contemporanee a noi, erano tutti artisti veramente bravi nel loro modo di fare musica, ma rispetto a Calcutta, Coez, o ai The Giornalisti, avevano una portata molto più piccola, pur appartenendo, almeno teoricamente, allo stesso mondo indie, seppur ovviamente in tempi diversi.” 


Quali sono le band a cui vi siete maggiormente ispirati e quali sono quelle a cui vi ispirate oggi ?


“Da ragazzi cresciuti negli anni ‘90, pur non abbracciando mai uno specifico genere musicale, eravamo molto affascinati dal grunge: avevamo i Nirvana come idoli, che percepivamo essere dei ragazzi come noi, se non altro per un fatto generazionale.

Questa nostra idolatria verso questo gruppo dura ancora oggi.”


Quali sono i progetti futuri della band ?


“Non ne abbiamo, o meglio, lasciamo che ogni cosa faccia il suo corso senza pensare oltre al nostro presente.”


Ci raccontate, per concludere, un aneddoto divertente legato alla vostra carriera ?


“Agli inizi della nostra carriera, è successo che qualcuno, o più di qualcuno, ci abbia pagato il cachet con dei soldi falsi, ovviamente a nostra insaputa. Una volta, oramai qualche anno fa, eravamo diretti a Nuvolari, e giunti ad un casello autostradale in Toscana, il casellante, al momento del pagamento, ci fece presente che i soldi che gli avevamo dato per pagare il casello erano falsi: solo allora scoprimmo la truffa di cui eravamo rimasti vittime. Chiamata la polizia, ci portarono in questura, dove venimmo denudati e dove venne perquisito anche il nostro furgone con il quale ci muovevamo allora. Alla fine ci lasciarono andare perché, evidentemente, non eravamo dei falsari.”



Articolo di Sacha Tellini.

Le foto sono di Alejandro Joaquin Soto.

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