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Un grande amore per la musica, una profonda devozione per la batteria – Marco Rovinelli si racconta

Marco Rovinelli si è avvicinato alla musica da bambino. Prima il flauto, poi il pianoforte; poi, finalmente, a sedici anni la batteria, arrivata per non andarsene più. Viaggio dentro la carriera di un artista poliedrico, salito innumerevoli volte sul palco con grandi artisti della scena pop e jazz.

Buona lettura.



Come ti sei approcciato al mondo della musica? A che età?


"La mia attrazione verso la batteria è iniziata in tenera età: mi ricordo che ai veglioni da ballo, organizzati dai miei genitori, mi sedevo spesso al posto del batterista della band che allietava la serata, quando era in pausa. Vicino a casa mia poi c’era qualcuno che suonava la batteria facendo un gran baccano, io mi avvicinavo sempre alla sua finestra cercando di vedere qualcosa, ma non ci sono mai riuscito. In realtà però in quegli anni ho suonato prima il flauto dolce, in un corso di avviamento alla musica, e poi per 4-5 anni ho studiato il pianoforte classico, ma alla fine ho smesso perché sinceramente non mi piaceva. L’incontro con la batteria è arrivato invece molto dopo, verso i sedici anni."


Come mai hai scelto di suonare la batteria?


"Come ho detto la predisposizione c’era, poi a sedici anni ho iniziato a suonare la tastiera con un amico; un giorno si è aggiunto un chitarrista, poi un bassista e infine una cantante: ci incontravamo nella mia soffitta e a ogni fine prova io mi mettevo a simulare la batteria assemblando una grancassa scassata da stadio con un tamburello dei miei genitori e un bidoncino di metallo… Un giorno per una festa di compleanno si è presentata l’occasione di esibirci. Ho detto: «Ok, ma io suonerò la batteria!». Ovviamente non l’avevo, l’ho chiesta a un mio conoscente che fortunatamente me l’ha prestata, montandomela però da destro (io sono mancino). Sono comunque riuscito a fare quel concerto ed è stato meraviglioso. Per qualche motivo la batteria non mi è più stata richiesta indietro, così ho potuto continuare a suonare con la band e qualche mese dopo ho iniziato anche a prendere lezioni. Da allora non ho più smesso."


Qual è stato il punto di svolta della tua carriera artistica?


"Diciamo che il mio percorso può essere diviso in due fasi delimitate dal mio trasferimento a Roma. Prima del 2000 vivevo a Fano e cercavo di fare tutte le esperienze più o meno professionali che mi si presentavano: band, piccoli tour, qualche disco, progetti strumentali. Dopo essermi laureato nel 1999 mi sono trasferito a Roma perché, volendo fare il musicista per lavoro, avevo capito mi serviva una città che offrisse opportunità ben più importanti. Lì ho ricominciato praticamente da capo, facendo una gavetta vera tra mille difficoltà organizzative e senza soldi. Iniziando a conoscere altri musicisti, a un certo punto sono arrivate delle possibilità lavorative attraverso delle sostituzioni e così ho iniziato a fare concerti e a inserirmi nell’ambiente, sia pop che jazz."


Marco Rovinelli in concerto con la Rino Gaetano Band alla Flog


Quanto è stato importante per la tua formazione dedicarti ad un'intensa attività di eventi dal vivo?


"Fondamentale. Io sono della generazione di musicisti che ha visto la comparsa dei metodi e delle videocassette didattiche, quindi studiavamo tanti esercizi, magari accantonando lo studio classico basato nel suonare sui dischi. Oggi con internet le informazioni sono ancora più accessibili se si vuole studiare e la preparazione media dei musicisti si è alzata notevolmente. Ma la gavetta, fare i concerti, suonare con tutti a tutti i livelli, in ogni condizione e qualsiasi genere musicale, queste sono le cose che mi hanno permesso di essere ciò che sono oggi. Certe tappe non possono essere saltate o sostituite e ogni esperienza alla fine serve per crescere. In questo senso, oggi che le occasioni sono poche – ma già ai miei tempi si parlava di crisi – è molto più difficile formarsi “realmente” come musicista, capire ciò di cui veramente hai bisogno per suonare con gli altri."



Hai collaborato – e con alcuni collabori tutt'ora – con artisti del calibro di Massimo Ranieri, Samuele Bersani, Max Gazzè, Amii Stewart, Paola Turci: qual è l'artista che ti ha dato di più?


"Nella musica ogni esperienza è formativa perché dopo un po' capisci che tu suoni come sei, devi quindi fare emergere la tua personalità e assecondarla per poterti esprimere autenticamente. Suonare con tanti artisti diversi ti permette appunto di plasmarti perché anche loro si pongono in base alla loro personalità e di conseguenza con ognuno interagisci in modo diverso. Chi ti chiederà di dargli stabilità suonando quello che vuole lui, chi ti chiederà sicurezza emotiva, chi ti chiederà di esprimere la tua creatività, chi non ti rivolgerà la parola, chi ti farà suonare tanto e chi meno ma ti farà fare i palchi importanti, chi ti considera di famiglia, chi ti fa capire la differenza tra musica bella e brutta… Sicuramente mi trovo meglio in situazioni lavorative meno formali e preferisco gli artisti che creano un contesto molto interattivo ed empatico perché penso che così ognuno riesce a dare il meglio di sé."


Qual è, invece, la collaborazione che ti ha deluso di più?


"Non ci sono collaborazioni che mi hanno deluso, ma come ho già detto collaborazioni più formali, con artisti troppo ansiosi o poco interessati a creare un contesto costruttivo,  a volte addirittura svogliati. Sono situazioni dove per me diventa difficile suonare nel senso di esprimersi, di coinvolgersi emotivamente sentendosi parte di un tutto. In quei casi si pensa più a fare semplicemente il proprio dovere e a essere pagati."


Andando oltre l'universo pop-rock, numerose volte sei salito sul palco per concerti di musica jazz e strumentale. Qual è il genere che ti rappresenta di più?


"Questa versatilità è sempre stata una mia caratteristica, a partire dall’ascolto di ogni genere musicale che poi si è tradotto anche nel lavoro. Ho avuto la fortuna di fare da subito esperienze in vari ambiti e questo aspetto nella mia carriera si è sviluppato sempre di più. Per me non esiste un genere musicale preferito, anche se mi considero e definisco un suonatore di canzoni, per cui mi trovo a mio agio ad accompagnare una voce che racconta una storia. Però la musica è un linguaggio con cui io esprimo delle emozioni e un genere musicale non può rappresentarle tutte per me. Ho bisogno della semplicità del pop, ma poi anche della libertà del jazz, delle delicate armonie della musica brasiliana o dei riff potentissimi del rock, della grande melodia o degli ostinati ossessivi della musica elettronica… La vita è fatta di tanti colori e così la musica, che per me è vita!"


Marco Rovinelli e Sacha Tellini al Rino Gaetano Day 2019
Marco Rovinelli e Sacha Tellini al Rino Gaetano Day 2019

Marco Rovinelli e Sacha Tellini al Rino Gaetano Day 2019


Hai preso parte anche a innumerevoli colonne sonore di film e fiction tv. Come cambia l'approccio quando si lavora per la televisione?


"È un lavoro molto diverso. In generale, quando si registra in studio (ma non solo), bisognerebbe lasciare l’ego a casa e suonare quello che richiede il brano. In quei casi però questo è ancora più evidente: i compositori non sono interessati alla “batteria”, a fare un ritmo nuovo o alla scelta del rullante, ma solo a riuscire a catturare la musica che supporti il filmato nel modo che hanno immaginato. Per cui devi entrare nella loro testa e tradurre le loro sensazioni con lo strumento. Questo è bellissimo ma può essere complicato. In questo senso, infatti, non sempre viene fornita una partitura perché non tutti gli autori conoscono il linguaggio della batteria, quindi spesso devo creare dal nulla dei mondi sonori in base alla mia sensibilità. Altre volte addirittura mi lasciano suonare improvvisando davanti a un monitor gigante che proietta le immagini del film… Ci sono state situazioni veramente molto creative che non mi aspettavo."


Dal 2019 sei docente di batteria e percussioni pop-rock presso l'Istituto Superiore di Studi Musicali "A. Toscanini" di Ribera. Che valore ha l'insegnamento, oggi, nel crescere i giovani artisti di domani?


"Nella totalità del mio lavoro l’insegnamento non è mai stata la parte principale, per me questo è importante perché io voglio soprattutto suonare. Insegnare però mi piace molto, quindi mi ritaglio sempre uno spazio per farlo e mi tengo sempre aggiornato su contenuti e metodologie. Sono un eterno studente. Come ho già accennato, oggi grazie a internet le informazioni sono facilmente accessibili per tutti, basta avere voglia di cercare; anche l’insegnamento quindi è cambiato rispetto ai miei tempi, nel senso che difficilmente sei un punto di riferimento unico e insindacabile per l’allievo. Ritengo però che avere una guida davanti a questo mare magnum di input sia importante per selezionare e costruire un percorso efficace e mirato; inoltre, l’insegnante ha il compito di far sviluppare la personalità dell’allievo, di far emergere la sua voce, non solo di riempirlo di esercizi utili. Dall’altra parte però servono allievi motivati e disposti a impegnarsi e a sacrificarsi, oggi invece le nuove generazioni sono spesso distratte e vogliono tutto subito, non approfondiscono. Un insegnante dovrebbe sempre ricordare loro qual è la realtà delle cose, la determinazione che serve a realizzare obiettivi a lungo termine, soprattutto in un mondo musicale così in crisi che sicuramente non potrà dare lavoro a tutti. Ammetto che nonostante questo mi sono tolto molte soddisfazioni con i miei allievi, ricordando a me e a loro che suonare uno strumento è una cosa bellissima anche se non lo si fa per lavoro."


Sei anche un componente della Rino Gaetano Band. Che cosa significa per te?


"Sono entrato in questo progetto per amicizia e per divertirmi, conoscevo pochissimo il repertorio di Rino Gaetano. La band ha un’attività live molto intensa e questo è stato buono sia dal punto di vista lavorativo, sia per conoscere meglio questo autore, i suoi testi e sia, soprattutto, per scoprire il suo pubblico, capire quanto ancora sia amato anche dalle nuove generazioni. Quindi più che sentirmi parte di una cover band che fa un tributo a un cantante, mi sento parte di un progetto che deve tramandare un messaggio, con tanto rispetto e orgoglio, anche perché questa band è stata creata da Anna, sorella di Rino, ed è gestita da suo figlio Alessandro, nipote di Rino."

La Rino Gaetano Band. Da sinistra a destra: Fabio Fraschini (basso), Ivan Almadori (voce e chitarra acustica), Marco Rovinelli (batteria), Alessandro Gaetano (voce, percussioni e chitarra acustica), Alberto Lombardi (chitarra elettrica), Michele Amadori (tastiere e cori).

Quanto manca oggi un personaggio come Rino Gaetano?


"Sicuramente Rino era un artista vero, autentico, sincero, dirompente e molto personale. Dal punto di vista artistico, linguaggio annesso, penso che oggi ci siano personaggi così, unici, personali e istrionici; magari si perdono un po' nella miriade di proposte musicali da cui siamo bersagliati e sono anche accantonati dal mainstream radiofonico, ma ci sono. Dal punto di vista dei messaggi che veicolava, forse oggi gli artisti mi sembrano in generale meno impegnati, si espongono meno nelle loro canzoni e preferiscono non comunicare le idee di società o politiche, magari preferiscono farlo in sede separata, nei social per esempio. Penso d'altro canto che anche il pubblico oggi cerchi meno quel tipo di messaggio nelle canzoni, non dando alla musica un ruolo di guida, prediligendo altre tematiche per identificarsi o semplicemente per intrattenersi."

Che tipo di artista si sente, oggi, Marco Rovinelli?


"Sono contento di riuscire a vivere di musica, la mia passione. Sono contento di farlo in tanti ambiti e sono soddisfatto dei miei risultati. Ma non mi sento mai arrivato, vedo il bicchiere mezzo vuoto e ho ancora voglia di crescere, di comunicare, di fare esperienze nuove. Ho ancora tanta curiosità e tante aspettative. Mi piace poter lavorare con tanti artisti ma anche poter coltivare i miei progetti, nonostante in questo momento storico sia veramente difficile, non solo per la pandemia."


Quali sono, per concludere, i tuoi progetti futuri?


"Collaboro con diversi artisti con cui spero di tornare presto in tour. Sono coinvolto inoltre in alcuni progetti strumentali e sono in programma esibizioni in vari festival e anche dei concerti all’estero. Ho pubblicato dei dischi con alcune mie band come Butterfly e Fischer Boom; anche con loro l’obiettivo è suonare il più possibile, oltre a pubblicare nuovi brani. Come insegnante vorrei pubblicare dei metodi o video didattici da integrare nei miei corsi di batteria."


Intervista a cura di Sacha Tellini

Fotografie di Alejando J. Soto e Giulia Ghinassi

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