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  • Giorgio Cappai

Un respiro profondo prima di immergersi, la recensione al primo album dei Dancæstral.

Ecco a voi la recensione del primo album dei Dancæstral, dal titolo Rimargina. Un debutto decisamente promettente. Buona lettura.


Voglio partire con una premessa. Anni fa lessi un intervista al cantante dei Dimmu, Borgir Shagrath, il quale, alla domanda in che genere posizionava la sua band, rispose che la differenziazione di genere per la musica in realtà non ha nessuna importanza, lui distingue solo tra buona e cattiva musica, loro cercavano di creare buona musica e volevano che le persone facessero questa distinzione. Dall'ascolto del debutto dei Dancæstral traspare questo. La band ha saputo ascoltare tutta la produzione metal e rock dall'inizio degli anni 90 fino ad oggi(ascoltandoli mi sono venuti in mente innumerevoli brani di altri gruppi), cercando di creare una proposta personale valida, sia sul piano musicale che su quello visivo.


La cover dell'album

Il filo conduttore di tutte le canzoni è il processo di guarigione in seguito a una ferita subita, che derivi da un rapporto umano o da una riflessione rispetto alla società in cui viviamo, e in questo secondo caso la band cade in tematiche complottiste abbastanza abusate. Le parti chitarristiche sono curate, non cadono mai nell'esercizio di stile e nella monotonia (rischio enorme in questo genere), con la seconda chitarra che crea delle variazioni ad ogni strofa. La sezione ritmica è potente e piacevole, la voce di Diego Piu cambia più volte registro durante il corso dei brani. Semplificando si potrebbe definire un incrocio tra Jonathan Davis dei Korn e Daniel Cavanagh degli Anathema.


Dopo l'apertura di Ben the Savior, col rumore di un proiettore che è quasi un invito all'ascoltatore per prepararsi a gustare lo spettacolo, abbiamo Rimargina, la title track, in cui troviamo delle parti di chitarra arpeggiate che si alternano a "riffoni" di sapore gothic metal e dei break nu metal. Gone By In Time and No Longer Existing si apre con una poliritmia, e anche qui abbiamo un insieme di generi sapientemente articolati. Life Like Bridge è il pezzo più pop e sperimentale dell'album, si apre con un beat box e un riff "zanzaroso" si affianca alla ritmica. The Thickset è invece il brano più thrash del lavoro, con parti di batteria in blast beat e, anche in questo caso, ottimi cambi di velocità. In The Leibdig troviamo affiancate alla matrice nu metal delle influenze dark - new wave. La traccia finale è sempre The Thickset ma in versione acustica. Tirando le somme, è un discreto debutto. C'è molta carne al fuoco, che lascia presagire diverse evoluzioni pensando al loro prossimo album. Sono sicuramente una band da tenere sott'occhio e da ascoltare, possibilmente dal vivo, non appena varcheranno i confini della loro Sardegna, per il loro primo tour.



Articolo a cura di Giorgio Cappai

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