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"Un gruppo rock con la pretesa di fare musica dal basso": gli Zen Circus si raccontano a Rockography

Aggiornato il: 1 set 2018

Il bassista Massimiliano “Ufo” Schiavelli si rende portavoce della band: raccogliendo gli umori dei suoi compagni, risponde così alle nostre domande.


Allora Massimiliano, partiamo dalle origini: come nascono gli Zen Circus ?

Come si è arrivati alla formazione attuale della band ?


“Gli Zen Circus nascono come Zen nel 1994, decisamente tanto, troppo tempo fa. La fondazione della band è opera di Andrea Appino e di Marcello “Teschio” Bruzzi, inizialmente affiancati anche da Emiliano “Fufù” Valente (che abbandonò poco dopo, ndr): ho incontrato i primi due nel 2000, e da allora sono entrato a far parte del gruppo. Originariamente, la formazione attingeva a generi musicale quali grunge e noise, ma all'inizio degli anni 2000, quando sono entrato io, la band cominciò a cambiare pelle, presentandosi come una specie di gruppo di busker (artisti di strada, ndr), con sonorità che si rifacevano molto spesso al punk acustico e al folk punk. Cominciammo così una serie di attività live principalmente per strada, visto che mancava la sala prove, il pubblico e le date: non avevamo veramente niente da cui partire, così decidemmo di andare a suonare in giro per le strade d’Italia, dove, di fatto, abbiamo suonato per due anni. L’unico investimento che facemmo, fu quello di comprare un camper che permettesse a tutti noi di muoverci insieme.

Per quanto riguarda invece la formazione attuale della band, nel 2003 Marcello “Teschio” Bruzzi decise di abbandonare il gruppo, e al suo posto subentrò Karim Qqru, un ragazzo che abbiamo conosciuto ai nostri concerti, dal pubblico: nasce così la nostra formazione attuale, che all'epoca suonava in inglese, e poi album dopo album è diventata la band che conosciamo oggi. Abbiamo cominciato come “madonnari” del rock e dell’indie, e questo nostro percorso ci ha portato ad essere ciò che siamo.”


Una scelta sicuramente coraggiosa, quella di partire e di fare musica per strada senza avere niente che vi supportasse, in un paese dove, peraltro, è molto difficile essere artisti di strada.


“Credo che artisti di strada non sia facile esserlo da nessuna parte: devi sicuramente metterci un grosso impegno per toccare le corde giuste e riuscire a fermare il pubblico, che in questa circostanza, non viene appositamente per sentire un artista, ma transita semplicemente davanti alla tua “postazione” occasionale. Credo che questo ci abbia insegnato molto: ad esempio a suonare in ogni circostanza, infatti non abbiamo praticamente mai annullato un concerto per maltempo, fatto che per noi costituisce, a suo modo, un piccolo vanto.”


Nel corso della vostra carriera, avete inciso 10 album, vi siete aperti a molte collaborazioni e avete fatto una quantità pressoché indicibile di live: qual è stato il punto di svolta della vostra carriera ?


“Penso che più di un punto di svolta, nel nostro caso, si possa parlare di un punto di conclusione e di ripartenza. Nel caso specifico, sto parlando di quando abbiamo inciso il disco Villa Inferno (2008, ndr), ultimo nostro album che ha una prevalenza di testi in inglese, per arrivare poi alla svolta delle canzoni in italiano con l’album successivo, Andate tutti affanculo. Pensavamo, con Villa Inferno, di essere arrivati al nostro massimo, visto che abbiamo avuto come collaboratori per l’incisione dell’album artisti che noi consideravamo veri e proprio idoli, come Jerry Harrison, tastierista e chitarrista dei Talkin Heads, Kim Deal e Kelley Deal, rispettivamente voce e basso dei Breeders, oltre al fatto di essere andati in tour con i Violent Femmes, cosa assolutamente non secondaria. Le collaborazioni con questi artisti hanno segnato il coronamento del nostro periodo “anglofono”, che, appunto, si è chiuso con l’uscita dell’album successivo. Vedo, quindi, un punto di cambiamento della band fra questi due dischi: uno che chiude nella maniera migliore una fase, l’altro che ne apre un’altra, che dura tutt’ora. Andate tutti affanculo ha segnato per noi l’avvento di un maggiore pubblico ai nostri concerti e una maggiore visibilità, fattori che hanno portato a farci prendere un po' più sul serio da tutti.”


Venendo ad oggi, siete attualmente in tour per promuovere il vostro ultimo album di inediti, “Il fuoco in una stanza”, uscito lo scorso Marzo. Come nasce questo album ?


“Nasce per “germazione” spontanea e indiretta rispetto al cd precedente, La terza guerra mondiale: mentre stavamo finalizzando il nostro penultimo album, continuavamo a produrre del materiale in più che non era però parte del cd che stavamo appunto ultimando allora, in quanto sia come tematiche trattate che come arrangiamenti, non poteva considerarsi omogeneo rispetto a ciò che stavamo producendo. Dopo l’uscita dell’album La terza guerra mondiale, ci siamo detti di portare contemporaneamente avanti sia il tour promozionale dell’album appena uscito, sia la scrittura del nuovo cd. Ecco perché è uscito così vicino al precedente: non erano “scarti” del cd antecedente come qualcuno ha insinuato, semplicemente ci stavamo già lavorando da tempo. In effetti, poteva risultare una scelta ridondante quella di pubblicare un album così a breve distanza dal nostro ultimo lavoro, con il rischio che venisse considerato poco: avevamo comunque voglia di farlo uscire e, dato che, per nostra fortuna, lavoriamo in un regime di indipendenza totale dove nessuno ci impone delle scadenze o ci dice cosa dobbiamo fare, abbiamo deciso di pubblicare l’album a Marzo di quest'anno, meno di due anni dopo dall'uscita del La terza guerra mondiale.”


Credo che la vostra scelta sia stata ripagata, visto il successo che ha avuto.


“Eccome! Credo che il successo sia stato dovuto al fatto che sia stato capito, sia dalla critica che dal pubblico, due eventi che quando succedo insieme portano ad avere ottimi risultati. Al netto di un iniziale sgomento provato da una parte del pubblico stesso, una volta che gli interessati hanno avuto la possibilità di ascoltare l’album completo, hanno capito quello che volevamo dire, e noi non possiamo che esserne molto più che soddisfatti e contenti! Anche il tour sta andando molto bene: c’è un incremento costante di persone che vengono ad assistere ai nostri concerti, e se anche qualcuno, ad onor del vero, può venire per moda, sicuramente c’è una parte consistente al quale è piaciuto ciò che abbiamo fatto.”


Gli Zen Circus al completo: da sinistra verso destra, Massimiliano "ufo" Schiavelli, Karim Qqru, Andrea Appino e Francesco Pellegrini; credit to Ilaria Magliocchetti

A proposito del fatto di essere stati capiti, qual è il messaggio che gli Zen Circus hanno voluto affidare al loro ultimo lavoro ?


“L’album, più che di messaggi, è ricco di interrogativi, lascia cioè più domande rispetto alle risposte nella mente e nel cuore di chi lo ascolta. Quello de Il fuoco in una stanza, le cui canzoni risolutrici sono secondo me Catene e il brano dal quale prende il nome il cd, è un pretesto per interrogarsi sui rapporti che abbiamo con le persone, su come definiamo la nostra identità in base a come ci vedono gli altri: è, di fatto, in base a come noi stessi guardiamo agli altri che definiamo il nostro modo di essere, e, a questo proposito, la copertina dell’album vuole essere evocativa di questo nostro messaggio. È un disco che va a cercare un registro intimo, ma non intimista, poiché secondo noi una persona non è mai disgiunta dal contesto in cui vive: è un disco che si pone l’obiettivo di ricercare e scavare nell'intimità delle persone, interrogandosi sulle modalità attraverso le quali l’identità di una persona viene definita, appunto, dal rapporto con gli altri. Tuttavia, fermo restando quello che ho appena detto, è un album che può avere anche un’altra chiave di lettura: il fuoco, in termini generali, può essere inteso sia come qualcosa che induce benessere, sia come qualcosa di pericoloso rispetto al quale dobbiamo scappare, ed è giocando con questa ambivalenza che sono nate le canzoni di questo cd.”


Credo che abbiate sempre cercato di lasciare più domande che risposte a chi ascolta le vostre canzoni.


“È senz'altro un aspetto che ci ha sempre caratterizzato: non abbiamo mai voluto dire alle persone come comportarsi, cosa sia giusto o sbagliato fare. È giusto che ogni ascoltatore tragga le sue personali conclusioni: nel nostro brano L’anima non conta, c’è chi ha visto dietro al testo della canzone la storia di un suicidio, chi la storia di un’affermazione di sé e del proprio io, chi invece la fine di un rapporto: mi sento di dire che sono tutte vere, non c’è un’interpretazione giusta e una sbagliata, al di là del nostro personale messaggio. Ma, oltre a questo, c’è sicuramente chi è stato molto bravo nel suggerire delle risposte attraverso le proprie canzoni: specialmente negli anni sessanta, abbiamo avuto dei cantautori che erano degli specialisti in questo, anche se, rispetto ad oggi, c’era un altro senso di comunità che, almeno per me, oggi è totalmente da ricostruire, e certi messaggi avevano una presa diversa proprio per questo motivo. In generale, penso che fosse completamente diverso l’engagement, sia di un artista ma anche del pubblico: penso che una persona come Guccini, ai nostri giorni, avrebbe difficoltà ad emergere e a farsi capire.”


Provi quindi nostalgia nel vedere la piega che ha preso il cantautorato moderno rispetto a quello di una volta ?


“Credo che in Italia, sotto certi punti di vista, si sia ancora attaccati alla figura del cantautore impegnato, che oggi ha più difficoltà ad emergere, visto anche il cambiamento legato, appunto, al mondo musicale e non solo a cui prima ho accennato. Credo che si debba cercare un’altra via, che rinnovi una concezione probabilmente antica della figura del cantautore, ma non penso affatto che mescolando una musica trash con qualche canzone vagamente impegnata si venga a capo di questo “problema”."


Siete un gruppo libero e indipendente, che ha anche un’etichetta personale (Iceforeveryone, nata con l’uscita del primo album, ndr), che produce artisti indipendenti della scena musicale italiana contemporanea. Quanto è difficile, al giorno d’oggi, riuscire ad essere artisti indipendenti e a raggiungere il successo che avete raggiunto voi ?


“Personalmente penso che, sotto certi punti di vista, a livello discografico la situazione possa essere in qualche modo sovrapponibile a quella degli anni sessanta. Non dobbiamo scordarci, ad esempio, che alcuni artisti che oggi consideriamo dei mostri sacri del rock, incidevano tutti per delle major (le principali etichette discografiche a livello mondiale, ndr): basti pensare ai Led Zeppelin piuttosto che a Jimi Hendrix o ai The Doors, che incidevano per delle case discografiche che erano di tutto ma sicuramente non indipendenti. Al giorno d’oggi, ci sono comunque degli esempi fantastici di ragazzi che si autoproducono i propri cd e che distribuiscono i propri lavori attraverso dei canali “spontanei”, senza pensare di cambiare etichetta nonostante siano artisti che facciano numeri da far provare invidia: Ghali e Salmo, giusto per citarne due, rientrano pienamente in questa categoria. Credo che, in definitiva, l’indipendenza sia un discorso estremamente personale, un fatto delegato e relegato alla singola persona rispetto ai propri obiettivi e alle proprie esigenze.”


E per quanto riguarda l’affermazione in ambito musicale, pensi che sia più difficile di un tempo riuscirci ? Oppure no ?


“No, io penso che adesso sia più facile riuscire ad emergere rispetto a qualche anno fa, per esempio rispetto agli anni ottanta. Anche da questo punto di vista la situazione attuale mi ricorda molto quella degli anni sessanta: adesso abbiamo delle band che vanno in tour con un solo singolo senza avere inciso l’album, proprio come succedeva appunto negli anni ‘60, che se producevi un 45 giri di successo, immediatamente tutti ti volevo a suonare in varie parti d’Italia. Oggi abbiamo internet, e in particolar modo il mondo dei social che assicura una potenziale visibilità mai avuta prima, anche se, a onor del vero, a questa nuova possibilità, corrisponde una minore capillare distribuzione dei cd prodotti, in quanto il nostro modo di fruire musica si è fortemente spostato su internet”.


Come giudichi, a livello di qualità, il mondo della musica contemporanea italiana ?


“Sarò probabilmente controcorrente, ma personalmente è da qualche anno che sono contentissimo dell’andamento della musica nostrana. Da quello che mi dicono i promoter e alcuni colleghi sparsi per l’Italia, al giorno d’oggi non c’è una sera che non ci sia un locale pieno di gente che si muove da casa per ascoltare un’ esibizione piuttosto che godersi un festival: se ripenso agli anni novanta, quando andavo ai concerti il Sabato sera, ero sicuramente parte di una minoranza, in quanto nel week end tutto il divertimento era appannaggio delle discoteche e della vita notturna. Di fatto, oggi abbiamo la possibilità di godere di una proposta musicale mai avuta prima, e questo fa senz'altro la differenza”


Siete definiti dalla critica di settore una band che fa e ha fatto punk rock, folk rock, indie rock, folk punk e rock alternativo: chi sono oggi, musicalmente parlando, gli Zen Circus ?


“Sono una somma di tutte le cose che hai elencato tu. Fondamentalmente siamo un gruppo rock, che ha sempre pensato di dover fare delle canzoni comprensibili dall'inizio alla fine: questa è la nostra unica pretesa che abbiamo verso noi stessi, e che sentiamo di dover avere anche verso gli altri. I Creedence Clearwater Revival penso che siano il gruppo che ci ha influenzato di più, e da loro abbiamo preso l’idea di proporre una musica fatta dal basso, che possa essere rifatta in ogni situazione e modulata nei diversi contesti.”


Quali sono i pezzi, pescando nella vostra biografia, che più vi è piaciuto incidere ?


“Da bassista, sicuramente per me è stata una bella sfida incidere l’Anima non conta, in quanto è un brano che fuoriesce un po' dai nostri canoni, avendo delle contaminazioni di soul che si differenziano rispetto alla maggioranza delle nostre canzoni, che magari si attestano su frequenze più punk. Per quanto riguarda tutta la band, i pezzi fatti in collaborazione con altri artisti ci hanno sicuramente fatto molto divertire durante l’incisione: nell'album Nati per subire, le canzoni scritte con Enrico Gabrielli ne sono sicuramente un esempio. Voglio però dirti che, alcuni brani, ripensandoci adesso, li avremmo registrati probabilmente in modo diverso: Andate tutti Affanculo lo avremmo probabilmente registrato senza metronomo e con un timing diverso, ma allora non ci abbiamo pensato, quindi va bene così.”


Mancano 3 date alla fine del vostro tour: Sabato sarete a Reggio Emilia, Domenica sera a Prato e poi la chiusura a Milano il 6 Settembre, alla festa di Radio Popolare a Carroponte. Per tutti quelli come me che ancora non vi hanno visto in questo tour, che cosa dobbiamo aspettarci ?


“Un gran bel casino. È un tour molto simile a quello che abbiamo fatto nei club, con tonalità molto rock e tanti brani in scaletta, per delle esibizioni che durano circa due ore. Siamo coadiuvati dal grande maestro Francesco Pellegrini che è a tutti gli effetti un componente della band, e per questo tour, alle tastiere, ci stiamo avvalendo dell’ausilio del “geometra” Pagni, che sicuramente offre un ottimo contributo ai nostri live. Tanti brani del passato e un ampio focus sul presente, per cercare di accontentare almeno un pò tutti. A Prato, per concludere, suoneremo con una signora band (A Toys Orchestra, ndr), e sarà sicuramente una super festa, anche e soprattutto per questo motivo.”


Quali sono, per concludere, i progetti futuri della band ?


“Non posso dirti molto al riguardo. Visto che ce lo chiedono in tanti, è allo studio un programma di ristampa di alcuni dei nostri vinili. Per il resto, vedo un 2019 fondamentalmente di sosta per gli Zen, anche se, volendo aggiungere qualcosa, non staremo poi così tanto fermi: probabilmente non faremo un tour, ma sentirete comunque parlare di noi per delle cose che, adesso, è ancora prematuro spiegare.”



Articolo di Sacha Tellini.




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