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The Wind: l'ultimo saluto di Warren Zevon

Nel 2003 Zevon ci lasciava il suo testamento attraverso un ammaliante disco a metà tra folk e rock e pieno di orgoglio, dolcezza e dignità.


Prima di tutto, prima di esprimere un giudizio su “The Wind” è opportuno fare due considerazioni. La prima è che Warren Zevon è sempre stato un artista indomabile e rivoluzionario che, tra irriverenza, ma anche molta poetica e acutezza, è sempre fuggito da una classificazione di genere precisa; la seconda è che recensire questo album risulta un po' più complicato e si rischia di essere meno oggettivi in quanto il cantautore l'ha composto e cantato durante i suoi ultimi giorni di vita (gli era stato diagnosticato un mesotelioma proprio poco prima dell'inizio delle registrazioni) ed è morto solo due settimane dopo l'uscita dell'album. E' quindi un album che sarà per sempre legato alla sua morte, ma questo non deve certo oscurare i meriti di un lavoro in cui ogni canzone rispecchia comunque lo spirito di questo autore fiero e poliedrico.

Warren, quindi, nonostante capì che gli erano rimasti solo pochi mesi di vita e nonostante gli fu consigliato di lasciare perdere il progetto per dedicarsi alle cure, portò a termine il suo album e per realizzare il tutto, invece di chiudersi in solitudine nella sua sofferenza, decise di chiamare alcuni suoi vecchi amici e colleghi per farsi accompagnare durante il suo ultimo viaggio. La risposta fu unanime e così artisti del calibro di Bruce Springsteen, Jackson Browne, Ry Cooder, Don Henley, Tom Petty, Jorge Calderon e Emmylou Harris si prestarono per offrire il proprio contributo, dando così un'ulteriore enfasi commovente ad una serie di canzoni che si rivelarono essere tra le più convincenti dai tempi di “Excitable Boy” (1978), da tanti definito il capolavoro del cantautore statunitense.

Warren Zevon, dopo aver debuttato come cantante folk solista nel 1969 con “Wanted Dead or Alive” (che passò inosservato) e dopo alcune collaborazioni con gli Everly Brothers, deve il proprio successo all'amico Jackson Browne che produsse i successivi due album “Warren Zevon” (1976) e il già citato “Excitable Boy”. La musica delle sue opere sapeva unire rock, blues e country, sperimentando impeccabilmente innovativi arrangiamenti; i testi del musicista erano apprezzati soprattutto per il valore poetico e l'impegno sociale che riflettevano.


la cover picture di "The Wind"

In “The Wind” la voce è evidentemente più debole e fragile e così forse anche lo stesso spirito di Zevon, ma lui domina comunque la scena e, anche se il tipico umorismo caustico dell'artista adesso è più in secondo piano, le canzoni d'amore invece suggeriscono picchi emotivi forse mai raggiunti. Si tratta non esattamente di uno dei classici dischi “rivoluzionari” che il songwriter ci ha abituati a farci ascoltare, ma si tratta piuttosto del sogno finale di un uomo che si mette a nudo con la propria chitarra in braccio.

Il concetto di morte attraversa la maggior parte della canzoni di “The Wind”, a partire dalla cover Knockin' On Heaven's Door (Dylan, appena venuto a conoscenza della malattia di Zevon, inserì all'interno del suo tour numerosi brani dell'amico collega malato): versione piuttosto fedele all'originale, con un tocco di sofferenza in più e con l'aggiunta a fine brano delle significative parole: “open up, open up the gates for me..”. La dolce voce di Emmylou Harris tiene compagnia nella struggente Please Stay in cui Warren chiede alla sua amante di rimanere con lui fino alla fine. She's Too Good For Me è un'altra ballata, romantica e delicata che ci insegna che per imparare ad amare dobbiamo prima fare i conti con la propria inadeguatezza. Non mancano azzeccati momenti decisamente più briosi in cui il tagliente rocker di un tempo torna a farsi sentire come Numb as a Statue e il buon vecchio blues di Rub Me Raw. Possiamo apprezzare la chitarra di Ry Cooder nel country malinconico di Dirty Life and Times e possiamo godere di due grandi classiche cavalcate rock come The Rest of The Night con l'accompagnamento vocale di Tom Petty e Disorder in the House, brano che si avvale della voce e della chitarra di Springsteen. Prison Grove è il brano più cupo del disco per la storia di un condannato a morte che cerca luce all'interno della sua cella e Jorge Calderon canta il ritornello in spagnolo nella lenta e passionale El Amor de mi Vida.

Menzione a parte merita l'ultimo brano dell'album, Keep Me In Your Heart, che coincide anche con il momento più intenso, dolce e doloroso. E' la canzone migliore tra le 11 presenti e una delle poche in cui non collaborano i suoi amici colleghi: Warren ha trovato la forza di alzarsi dal letto dopo 2 mesi di immobilità per registrare questa canzone che regala una melodia che colpisce duro al cuore ed un testo assolutamente toccante e commovente. E' una canzone fantastica e tristemente perfetta per rappresentare l'addio di Zevon a famiglia, amici e tutti i fan.


Warren Zevon verso la fine degli anni '70 - photo credit: Houston Press

“Ciò che voglio fare finché sono vivo è scrivere musica e fare dischi”, così diceva Warren a coloro che si preoccupavano sulla sua salute.

"The Wind” fu nominato ai Grammys del 2004 e vinse come miglior album folk contemporaneo. “The Wind” non è probabilmente un capolavoro, è un po' spiazzante e caparbio, un po' fuori posto e amaro, è un disco che trasuda sincerità e passione con un tocco di menefreghismo: esattamente tutto in pieno stile Zevon. “Shadows are falling and I'm running out of breath..keep my in your heart for a while...these wheels keep turning but they're running out of steam..keep my in your heart for a while..”, sono queste le parole dell'emozionante ultima traccia Keep Me In Your Heart ed è praticamente impossibile non commuoversi..soprattutto se pensiamo a queste parole come ad un addio consapevole di un artista che ha deciso di chiamare a raccolta i suoi amici e, anche per questa ultima volta, di fare musica in modo vitale, onesto e addirittura sereno.

D'altra parte c'era da aspettarselo da un cantautore così amabilmente caustico e cinico che, davanti alle telecamere, rispondeva così a David Letterman che gli chiedeva se temeva di non riuscire a portare a termine il disco: “Male che vada farò un EP...”.



Articolo a cura di Simone Berrettini.

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