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"Sono un livornese vero, cosa avete da guardare?" Bobo Rondelli si racconta a Rockography

Cantautore, poeta, attore e performer, Roberto "Bobo" Rondelli è un personaggio di spicco, considerato un celebre esponente della categoria "artisti maledetti". Lo abbiamo incontrato prima del concerto con gli Ottavo Padiglione all'Auditorium Flog di Firenze: buona lettura.


Allora Roberto, partiamo dal tuo ultimo libro, “Cos’hai da guardare?”, uscito qualche mese fa per Mondadori. Com’è nata l’idea di scrivere questo libro e da cosa è stato ispirato?


"Qualcuno mi ha detto che io sono solito andare per boschi a guardare coppiette: ecco la spiegazione al titolo del libro e all’intera opera. Scherzi a parte, il libro in realtà è un lavoro che mi ha portato a fare i conti con la mia esistenza. È dedicato a mio padre, è un modo di fare pace con lui. È ormai morto da 32 anni ma ne porto ancora dietro una sorta di peso, e averlo reso pubblico è stato come aver affrontato un processo con la mia anima. Scrivere questo libro è stato un po’ come fare una seduta psichiatrica a me stesso. A dirti la verità fino in fondo, una motivazione ulteriore è arrivata anche quando ho saputo che l’editore mi avrebbe dato un anticipo di 7.000 euro sulla pubblicazione del libro.”


Quanta è presente la città di Livorno in questo libro e quanto, in generale, Livorno ha influenzato la tua carriera?


"Nel libro ci sono solo accenni a Livorno. Probabilmente, in una città portuale così aperta, che ha accolto nel tempo tanti popoli diversi, nessuno è davvero livornese. Io stesso arrivo da mio padre che era emiliano e da mia madre che era di Grosseto, quindi alla fine anch'io che sono nato a Livorno finisco per sentirmi quasi estraneo. È una città quasi del sud, per la sua conformazione; e la presenza del mare la allinea a città come Palermo, Genova. Noi da aprile a ottobre abbiamo donne che passeggiano in costume, quindi avere il mare non solo ti dà la possibilità di fare viaggi e vacanze, ma anche di stare un po’ più nudi insieme e questo penso che sia una cosa importante (ride, ndr)."


Stasera sei in concerto con gli Ottavo Padiglione, gruppo che indubbiamente ha segnato l’inizio della tua carriera. Quanto sei cambiato da quel 1992?


"Ero pazzo allora e sono pazzo anche adesso, ma in modo diverso. Anche nel libro parlo di Ottavo Padiglione e di quante ne abbiamo combinate. Adesso ho trovato una sorta di pace interiore e sto pensando addirittura alla pensione, visto che, parafrasando Guccini, un cantante la pensione quasi non ce l’ha."

Bobo Rondelli durante l'intervista all'Auditorium Flog di Firenze

Questa serata chiude una tre giorni di festa itinerante firmata da FISAC e CGIL nell'ambito della quale è prevista una raccolta fondi a favore di Mediterranea. In questa situazione di crescente disagio sociale, come quello che sta attraversando il nostro Paese, che ruolo dovrebbero coprire secondo te gli artisti?


"La parola “artista” per quanto mi riguarda non mi coinvolge nemmeno più di tanto, perché non mi sento come tale. A parte questo, chi va sul palco è giusto che si faccia sentire, che dica la sua sulla questione dell’accoglienza dei migranti, dove molto spesso vengono compiuti dei veri e propri omicidi: la gente in mare va salvata, sempre e comunque, e riportarli a casa non è giusto, perché si tratta di gente in fuga da situazioni di dolore estremo."

Il tuo ultimo album, “Anime storte”, risale all'ottobre dello scorso anno. Chi sono per te le anime storte? Tu senti di far parte di questa categoria?


"Fondamentalmente, le anime storte sono coloro ai quali la vita non sempre ha sorriso come ad altri. Sono però proprio gli storti quelli che cercano sempre vie nuove durante la loro esistenza. Una volta si diceva “Quello è nato storto”, in senso negativo; invece secondo me lo storto ha una sua inquietudine che lo porta sempre a rinnovarsi e non si piega mai al quotidiano, all'abitudine, all'inerzia. Penso che tutti inconsciamente siamo un po’ storti, e anche l’amore lo è: arriva, va, riparte, e per chi lo cerca per tutta la vita, penso sia un’impresa molto dura."

Nella tua carriera non ci sono però solo libri e canzoni, tu hai fatto anche teatro. Fra attore, poeta e performer, quale tra queste anime preferisci?


"Preferisco quella in cui mi pagano di più. Marcello Mastroianni diceva: “A fare teatro si può avere tanta soddisfazione, ma poi non si guadagna niente. Io preferisco fare cinema, annoiarmi ma portare a casa tanti soldi”. A parte gli scherzi, non riuscirei a indicartene una. Mi stanno capitando tante occasioni, parti da fare nei film… e lo faccio. Ma per essere attori bisogna anche saper portare una maschera, e io ho un po’ difficoltà in questo. Gli attori sono pure difficili da frequentare: a volte sono attori sempre, anche nella vita reale, difficilmente sono divertenti e hanno sempre un ego spropositato. Quindi probabilmente non sono proprio attore dentro. Per quanto riguarda la poesia, che dirti? “Mi piace camminare con l’anima sulle impalcature, così le mie braccia si possono fare ali”. Alla fine, mi sento più muratore che poeta. La poesia è un accedere alla vita e alle persone in modo poetico; per cui anche un calzolaio, che fa le scarpe belle a buon prezzo, può essere considerato un poeta. Poeta è colui che fa. Uno che aiuta le persone in mare è un grande poeta."

Sacha Tellini intervista Bobo Rondelli all'Auditorium Flog di Firenze

A proposito di teatro, che cosa ha significato per te cantare e poi portare in scena uno spettacolo che, di fatto, è un tributo a Piero Ciampi?


"Il lavoro su Piero Ciampi è stato doloroso, perché a forza di interpretarlo poi ti ci ritrovi un po’ dentro. È difficile cantare senza essere travolti, perché il canto richiede immedesimazione. Nel teatro, invece, hai una maschera e questo ti aiuta. Invece le note ti trascinano in un vortice che è, in questo caso, quello della depressione, di cui è stato protagonista e vittima proprio Piero Ciampi. A Ciampi forse, pur essendo livornese, mancava un po’ lo spirito del tipico livornese. Il livornese, alle brutte, si abbandona alla morte in modo drammatico ma con un lato ironico e grottesco; perché non è giusto, soprattutto oggi, portarci addosso il dolore in modo così totalizzante, proprio perché c’è molta gente che sta decisamente peggio. Io oggi mi vergognerei a fare l’artista disperato."


Da vero artista indipendente, che cosa pensi del panorama musicale contemporaneo?


"Quando invecchi, hai più difficoltà ad ascoltare canzoni giovanilistiche. Io ascolto ancora i Genesis, Mozart, Bach… Non comprerei neanche me stesso, forse andrei giusto a vedermi a un concerto. Forse, con gli anni, le tue emozioni hanno bisogno di più sostanza.


Cosa pensi potrebbe dirti tuo padre, oggi, se potesse vederti?


"Mi viene in mente Jimy Hendrix che, nel finale di Up from the Skies, dice: “Ahw shucks. If my daddy could see me now…”, cioè “Se mio padre potesse vedermi ora…”. Mio padre direbbe: “Boia, sei un addormentato”. Lui diceva che ero sempre l’ultimo, si arrabbiava sempre per il fatto che a me piacesse dormire e tutti i torti non ce li aveva. Se mai saprà che ho scritto questo libro, forse si convincerà un po' anche del contrario.”


Articolo di Sacha Tellini.

Le fotografie sono di Giulia Ghinassi.


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