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Se padre e figlio si raccontano - intervista a Francesco e Andrea Pellegrini

L'intervista è composta da due parti: la prima, rivolta solo a Francesco "Maestro" Pellegrini - chitarrista, polistrumentista e cantautore italiano, nonché membro del gruppo rock toscano Zen Circus - che proprio ieri ha pubblicato la prima parte del suo disco d'esordio, "Fragile vol.1", prodotto da Blackcandy Produzioni. La seconda parte, vedrà invece la partecipazione anche di Andrea Pellegrini, pianista e compositore italiano di musica jazz, nonché padre di Francesco.


Allora Francesco, il 18 maggio scorso è uscito Box, brano estratto dal tuo futuro album di debutto da solista, prodotto da Black Candy. Il tema centrale della canzone è l’amore, ma anche la paura di un’eventuale fine di una relazione sentimentale. Come è nato questo brano e come si riesce a inserire, in pochi minuti, una riflessione così profonda?


"Questa è la forza delle canzoni: riuscire a sublimare delle idee che solitamente richiederebbero molte argomentazioni. È un po’ l’opposto del romanzo, per certi versi. Box è la prima canzone dell’album che ho scritto, e l’ho scritta per una ragazza: da circa tre anni ero single, e poi mi sono innamorato come capita poche volte nella vita, e l’innamoramento scatena sempre un rinnovamento, ti fa trovare una forza interiore, una voglia di fare le cose, una vitalità che spesso è ossigeno. Questo mi ha dato poi l’input per comporre il disco, la forza per riuscire a costruire una cosa che fosse solo mia, dove non fossi al servizio di nessuno se non di me stesso, ed è per questo motivo che ci tengo molto a questo lavoro. L’argomento è proprio quello della relazione, nell'ambito della quale emerge con forza il tema della separazione, con particolare riferimento alla morte: questa ragazza ha 13 anni meno di me e, quando abbiamo cominciato a frequentarci, il mio pensiero era “se anche andasse tutto bene, tra 50 anni avrò 86 anni e lei 73, probabilmente a quel punto io non ci sarò più e lei invece sarà sempre qua”. Nella canzone descrivo i momenti belli, proprio quelli dell’inizio, e ci sono anche delle fotografie di quel periodo. Sul finale però cerco di fare una riflessione e lascio una domanda in sospeso: “Tutto dura per sempre?”. Forse dura per sempre, ma cambiando. L’amore stesso, come sappiamo, muta negli anni, cambia."


A questo proposito, a me ha colpito molto il video della canzone, nel quale c’è una lunga sequenza di immagini in bianco e nero che racconta anche la quotidianità della vita di una coppia. In che modo il videoclip avvalora la canzone?


"Ho voluto girarlo proprio con la mia ragazza. La protagonista del video è lei e l’idea è proprio quella di dire “magari lo rivedremo tra dieci anni e ci ricorderemo di quel momento”, che è stato sicuramente un momento di felicità assoluta. Quindi è molto realistico: per esempio, la casa che si vede è proprio quella dove abbiamo vissuto in quel periodo. E la regista, peraltro, è una mia carissima amica, Valentina Cipriani, che conosce bene anche Elena, quindi eravamo molto a nostro agio nell'essere ripresi. C’è quindi molta verità nel video: non è un videoclip basato su una storia, su una sceneggiatura inventata. Rappresenta le cose che facevamo noi, i posti dove andavamo e la casa dove abbiamo vissuto per il primo periodo della nostra relazione. Quindi, ecco, l’idea del bianco e nero era per cercare di esaltare ancora di più questo aspetto e dare a questa realtà un’immagine più fotografica e celebrativa. L’ho tirato anche un po’ fuori dal tempo, perché potrebbe essere una cosa di tanti anni fa, in qualche modo il bianco e nero sospende anche un po’ la dimensione temporale. Volevo che risultasse il più vero possibile, e sono contento del risultato."


Facendo un piccolo passo indietro, il primo brano estratto dall'album è Cent’anni, il cui tema al centro della canzone è la solitudine, raccontata nella canzone sia come un limite potenziale rispetto alla capacità espressiva di ogni essere umano, sia anche come una risorsa per poter entrare in contatto con la parte più profonda di noi stessi. Che importanza ha la solitudine nella tua vita artistica? Sei concorde con De André che affermava che "la solitudine può portare a forme straordinarie di libertà"?


"C'è poco da dire, De André supera sempre tutti. Nella canzone c’è il tema della solitudine, che è una cosa sulla quale ho riflettuto molto, un po’ come tutti i malati di socialità (e chi fa il mio mestiere è un po’ malato di socialità perché si nutre, in qualche modo, della folla, delle persone, e non ne può fare a meno). È fortissimo lo stacco che si prova quando da un tour ci si ritrova di nuovo a casa, in una dimensione più solitaria e senza quell'affetto. Non è un caso che molte rockstar abbiano avuto anche problemi legati a un mestiere che ti porta dalle stelle alle stalle continuamente, cioè da momenti di celebrazione assoluta a momenti di isolamento; e questa è una cosa che ho provato per tanti anni anch'io. Mi sono accorto che ho così tanto bisogno della socialità come ho bisogno della solitudine, nel senso che non riesco a scrivere se non ho dei momenti in cui sono da solo. Questo vuol dire anche passare a volte delle serate da soli: la scrittura implica un dialogo con se stessi e con la propria libertà, quindi per trovare quella libertà bisogna essere soli e questa cosa me l'ha insegnata tanto anche Andrea Appino (fondatore e frontman della band toscana Zen Circus, ndr): semplicemente osservandolo da persona un po’ più giovane di lui, con meno esperienza, ho capito che era quello che serviva anche a me per scrivere. Nella canzone è presente anche un po’ il tema del distacco, perché l’ho scritta quando sono andato via da Livorno, mia città d'origine. A Livorno la solitudine è forte perché è una città di provincia, per un musicista soprattutto vuol dire vivere una vita diversa da tutti gli altri cittadini, perché i cittadini normalmente si alzano la mattina e vanno a lavorare, e invece la tua giornata magari inizia alle otto di sera. Come dice sempre Ufo (Massimiliano Schiavelli, anche lui membro della band Zen Circus, ndr) citando Cesare Pavese, la provincia ci ha dato i sassi dal cavalcavia, ma ci ha dato anche Modigliani. Io sono andato via da Livorno per andare a Padova, per una convivenza, però è stato un momento di distacco e quindi volevo fissare anche questo momento in una canzone."

Sacha Tellini e Francesco Pellegrini durante l'intervista nello studio di registrazione di Black Candy Records


Andrea Appino ha dato un contributo diretto alla realizzazione di questo brano, come del resto ha fatto anche Giorgio Canali. Come mai hai scelto di collaborare con questi due artisti?


"Giorgio è una persona che ha veramente sublimato la propria solitudine nella propria libertà, è una cosa che si percepisce molto standogli accanto. È forse la persona che prima di tutti, nel nostro ambiente, ha dato alla musica quasi un volto, ha fatto quasi un voto di fedeltà a quest'arte e alla sincerità, intesa come espressione genuina di se stessi; è uno che ha vissuto a Parigi, ha prodotto i Noir Desire, che ha seguito questa passione al di là di tutto, quindi per me poterlo coinvolgere era fondamentale. Non pensavo che gli piacesse il brano, poi abbiamo fatto una data insieme nel Lazio, qualche tempo fa, e io sarei dovuto tornare a casa in treno ma lui mi ha detto “Vieni con me, ti porto fino a Bologna”. Così abbiamo fatto il viaggio insieme e gli ho fatto sentire il disco, pronto a prendermi le offese del caso. Invece è rimasto molto colpito, così gli ho chiesto: “Ma scusa, questo pezzo cantalo anche te”, e lui mi ha detto “Sì, sì, mandamelo che ti faccio le voci”. Mi ha fatto tanto piacere. Non l’ho più rivisto, tra l’altro, da quella volta, e mi piacerebbe riuscire a festeggiare insieme l’uscita. Comunque Cent’anni è un brano che è stato apprezzato tanto, quindi sono contento che ci siano loro due che per me sono due punti di riferimento: questo è il motivo per cui ho voluto collaborare con loro."


Proprio ieri è uscita la prima parte del tuo album di debutto, Fragile vol.1. Ci racconti qualcosa a questo proposito?


"A dirtela tutta, la decisione di dividere le nove tracce in due EP non l'ho maturata molto tempo fa. L’album sarebbe dovuto uscire interamente l’8 maggio, con quello che è successo ho pensato di far uscire solo qualche canzone, valutando un’uscita suddivisa per cercare di lavorarci un po’ quest’estate e poi anche in autunno. I due EP verranno poi uniti con un altro inedito, che ho scritto durante il lockdown e al quale tengo molto perché parla di una persona a me cara: a quel punto, verrà proprio pubblicato il disco, perché i due EP saranno solo in formato digitale."


Come sono suddivise le tracce fra ciascun EP?


"Fragile vol.1 ha quattro tracce, le due già uscite - Box e Cent'anni - più altre due: Semplice, al quale ha dato un contributo anche Lodo Guenzi (Lo Stato Sociale, ndr) e Siamo noi. La seconda parte dell'EP ne conterrà quindi cinque."


Che cosa rappresenta per te questo lavoro?


"È un disco al quale ho lavorato tantissimo e che ho voluto fortemente, perché ho capito che per quanto negli ultimi anni avessi dato la priorità a quello che è il lavoro strumentale, quindi alla tecnica, allo studio sia del fagotto che della chitarra, quindi a una dimensione più accademica e di preparazione, di tecnica, alla fine in qualche modo questa mia volontà si è sempre accompagnata anche a delle scelte emotive. Io ho sempre collaborato con degli artisti che per me erano importanti anche dal lato umano, come Motta, Nada, Appino… con loro c’è stato un confronto anche sulle canzoni, ma non era la mia coscienza a parlare, era la loro. Dopo un po’ di tempo, soprattutto anche con l’età, mi sono reso conto che avrei dovuto fare il mio primo disco. Quindi probabilmente anch'io ho iniziato a sentire l’urgenza di parlare della mia coscienza e di me, quindi di integrare il lavoro professionale anche con un lato creativo, perché un conto è arrangiare una chitarra e un conto è parlare della propria vita. Avevo voglia e bisogno di mettermi in gioco per crescere, e per farlo avevo la necessità di parlare con me stesso, e per parlare con me stesso dovevo scrivere delle canzoni, perché è la forma che mi torna più congeniale ad esprimermi. Ho sempre scritto testi, quindi ho molti quaderni a casa di cose che scrivevo già anche dieci anni fa, però poi ho preso un’altra strada e ho lasciato tutto lì, pensando che non mi sarebbe più servito. Invece, per esempio, in Semplice, il brano con Lodo Guenzi, la prima strofa appartiene a un brano che ho scritto dieci anni fa. È una cosa che mi sta piacendo, ho già iniziato a scrivere altri brani, in particolare uno, che sarà poi l’inedito che aggiungerò in coda a tutto il lavoro."

Francesco "Maestro" Pellegrini in uno scatto di Fabio Martini


Sai già quale sarà la data di pubblicazione del secondo EP?


"Uscirà i primi di settembre, però non ho ancora una data precisa."


Nei mesi passati hai deciso di fare un’anteprima di quello che sarà il tour che seguirà la pubblicazione del tuo album. Sia in questa tournée, chiamata "Canzoni che non esistono tour", sia nel tour che seguirà la pubblicazione del tuo album, coinvolgerai tuo padre. Come mai questa scelta?


"Mio padre è un po’ la chiave di tutto: quando io avevo 5 anni e mia sorella ne aveva uno e mezzo, lui ne aveva 26. Giovane com'era, ha scelto di lasciare il lavoro che aveva per fare della musica, che era la sua grande passione, il suo nuovo lavoro. Essendo molto portato, essendo un bravo pianista, ha iniziato subito a lavorare. Il jazz in quel momento era veramente una musica alternativa e la gente lo seguiva tanto. Lui poi è molto bravo, molto dotato, si è inserito subito e ha iniziato a lavorare senza riscontrare troppe difficoltà. La sua passione per la musica era grandissima e quindi ha sempre trasmesso questa cosa anche a me e a mia sorella, anche lei cantante - ora vive a Lisbona, si è diplomata in canto jazz in Olanda, è bravissima. Crescendo, io ho sempre coltivato un amore fortissimo per quest'arte, però poi i miei genitori si sono separati, mio padre ha fatto un altro figlio con un’altra compagna e per una serie di motivazioni, per un bel po’ di anni, ci siamo frequentati molto poco. Quindi io ho fatto la mia musica, i miei gruppi, le mie band, il rock… tutto, tranne quello che faceva mio padre. Poi con l’età ci siamo riavvicinati, come adulti più che come padre e figlio, e anch'io poi, iniziando a studiare musica, inconsciamente ho iniziato ad avvicinarmi al suo ambiente. È un grande fan degli Zen, per esempio, non è un accademico, uno che snobba la musica leggera; quindi mi sembrava l’occasione di mettere insieme il bisogno di rincontrarlo e di vivermelo un po’ alla necessità di avere un pianista che mi potesse venir dietro in una scrittura che ormai non è più una scrittura adolescenziale, ma una scrittura un pochino più complessa. Poi il duo è una formazione molto tosta. Lo avevo già sperimentato con Appino: l’intesa deve essere fortissima, perché sei sul ghiaccio continuamente, non hai una base ritmica; quindi se non ti prendi, se non hai feeling, ti perdi in un attimo. In più avevo bisogno di uno che sapesse anche improvvisare, quindi mi sembrava proprio perfetto, l'artista che fa al caso mio. Probabilmente doveva succedere questa cosa in qualche modo; quindi me lo porterò dietro, cercherò di mantenere parallelamente il duo con lui e la band che, quando entrerà in gioco, sarà molto più folta, anche se ancora non so bene da chi sarà composta. Mio babbo suonerà un po’ di percussioni, un po’ di chitarra elettrica, poi mi farà molti cori e pianoforte. Il geometra Pagni sarà sicuramente nel gruppo; come anche Rolando Cappanera, che è un batterista di Livorno molto bravo, che ha lavorato anche con Appino nel suo progetto da solista. Comunque ci sarà tempo, visto che andrò in tour con la band ad ottobre."


Ma in tour senza band andrai anche quest’estate, giusto?


"Quest’estate vorrei poter fare un serie di concerti in trio. Mia sorella sarà in Italia e quindi ho proposto a Locusta Booking di fare un tour con lei e mio padre: sto aspettando una risposta, sono molto fiducioso che la cosa vada in porto. Se così non fosse, andrò da solo. Ovviamente quest’estate i live saranno molto ridotti, ma a me piacerebbe molto riuscire a coinvolgere entrambi. Sarà, in ogni caso, un tour in chiave acustica."

Andrea e Francesco Pellegrini, da questo momento insieme nell'intervista



Che cosa si prova a suonare con tuo padre?


Francesco : "Suonare insieme è veramente una dimensione di elevazione diversa. Quando si suona si instaurano una serie di meccanismi, anche a livello celebrale, diversi, quindi è un po’ come far parte di una magia comune, è un po’ come vivere una dimensione parallela in condivisione, e non è proprio come stare al ristorante insieme. Quindi, ecco, al di là poi dell’emozione di condividere le mie cose, quindi la mia vita con una persona che mi conosce e che ovviamente ha un rapporto con me profondissimo - che comunque è un’emozione bella e anche difficile da controllare e da gestire - c’è proprio il fatto che non è come avere tuo padre a un esame, è una cosa diversa, è come essere in una vasca insieme a fare il bagno. Quindi probabilmente c’è tanto non detto in quello che è successo in “Canzoni che non esistono Tour”, che non è il linguaggio, non è quello che ci diciamo, è quello che stiamo vivendo nella musica insieme. Poi ovviamente c’è il viaggio, quindi c’è anche una condivisione di spazio, di tempo comune. E quando suoni, lo spazio e il tempo un po’ si sospendono, è un po’ come sognare insieme, è una cosa davvero molto particolare. Me lo sto continuando a portar dietro, quindi direi che tutto sta andando abbastanza bene."


Che cosa significa invece suonare con tuo figlio?


Andrea: "Se tu avessi chiesto a me cosa significa suonare con mio padre, avrebbe avuto senso lo stesso, perché ti sembrerà strano ma nella nostra famiglia questa storia della musica va avanti da più di 200 anni. Io ho suonato con mio padre, mio padre con suo padre, mio nonno con suo padre… penso che sia un caso unico al mondo. Per cui c’è questa dimensione familiare, benché io veda la famiglia come una cosa che è stata riformata, rinnovata da tutte le vicissitudini storiche, sociali che abbiamo vissuto negli ultimi decenni, però qualcosa di importante e di vero c’è ancora. La dimensione familiare della musica l’abbiamo sempre vissuta, quindi da una parte non mi sorprende molto suonare con mio figlio. Sono comunque molto d’accordo con Francesco perché io penso, sento e sono assolutamente sicuro che la musica abbia un potere enorme, non proprio di abbattimento di tutte le barriere - perché sarebbe innaturale - ma di livellamento, di ammorbidimento delle barriere sì, per cui quando io sono sul palco con Francesco soltanto in parte sto suonando con mio figlio, in parte sto suonando con un collega. In questo stile musicale, l’esperto è lui, non sono io; chi ha da imparare sono io, quindi la musica ha questo potere di rimescolare, di rimettere in discussione, di ridistribuire le carte in maniera piuttosto potente. Come ti accennavo, non annulla del tutto le barriere: per esempio, sul palco un po’ mi sento il suo babbo. Sul palco, in tour o in viaggio, nelle prove, in albergo… a volte mi scatta l’aspetto protettivo del babbo, per cui cerco di sostenere, di essere di aiuto, di non creare problemi, anzi, magari di risolverne qualcuno, come farebbe un genitore, quindi questa figura rimane. Però è tutto molto ammorbidito, molto livellato; tra l’altro io, come già ti ha detto Francesco, ho anche una figlia, Chiara, anch'essa musicista, e anche quando sono stato sul palco con lei mi è scattata la stessa dinamica. Sono babbo per il 20% quando suono anche con Chiara, per la restante parte siamo colleghi a tutti gli effetti. Poi ho un fratello, Nino, che è contrabbassista, e anche quando suono con lui solo in parte rimango suo fratello, perché mentre suoniamo siamo musicisti: questo è il potere straordinario della musica, ma anche dell’arte in generale. Per molti anni ho suonato con quella che ora è la mia ex compagna, Elisabetta Casapieri, che è violoncellista, e anche con lei sul palco scattavano dinamiche solo in parte legate alla nostra storia di coppia, perché in gran parte eravamo semplicemente musicisti su un palcoscenico. Infatti, anche dopo esserci lasciati abbiamo suonato un paio di volte insieme, per dimostrare che la musica comunque ha questo potere meraviglioso di tenere in armonia le persone, anche se c’è stata una rottura, che come tutte le rotture è stata dolorosa."


Prima Francesco mi ha detto dell’influenza che tu hai esercitato nel suo percorso artistico. In che modo pensi, dal tuo punto di vista, di aver influenzato la sua carriera artistica?


Andrea : "Francesco è nato che io ero molto giovane, è il primo figlio che ho avuto, avevo 21 anni. Di conseguenza c’è una specie di scambio che abbiamo avuto, quando Francesco era bambino e poi cresceva, assolutamente non alla pari, perché il babbo resta il babbo, il figlio resta il figlio; però la distanza era - ed è tutt’ora - piccola, quindi più che un’influenza in verticale, come per esempio sto avendo in questi anni con il mio terzo figlio con cui c’è una distanza maggiore, si è trattato di un contagio, una trasmissione molto naturale, molto spontanea. Soltanto qualche volta gli ho dato delle indicazioni, gli ho insegnato delle cose, gli ho comunicato delle informazioni. Per la maggior parte è stata vera e propria condivisone: pratica, ascolto, vita insieme, viaggi insieme. Se devo dire la verità, mi sembra di sentire nel suo approccio allo strumento un po’ il mio; io ho cominciato con la chitarra, ho praticato molto più la chitarra del pianoforte da ragazzino e anche da giovane adulto. Questo amore per lo strumento, come lo imbracci, il sentirlo addosso, palpare le corde… questo amore per la chitarra - che, per esempio, non ho per il pianoforte, con cui ho un rapporto un po’ distaccato - un po’ ci accomuna, perché anche Francesco ama molto lo strumento in sé. E poi forse siamo abbastanza simili, non so se sono stato io a contagiare lui, forse un pochino ma non molto; forse è più una tendenza comune che abbiamo, che non un condizionamento uno dell’altro. Lo noto dal punto di vista della poesia: il suo gestire il suo vissuto e raccontarlo con i suoi testi somiglia un po’ non tanto a delle cose che ho scritto io a livello di parole, ma alle cose che piacevano a me. È come se le mie passioni, i poeti che leggevo, i testi delle canzoni che amavo di alcuni grandi cantautori italiani, ma anche di alcuni esponenti di country rock americano - da Neil Young a Cat Stevens, da Crosby, Still & Nash a Joni Mitchell - in qualche modo siano arrivate a me come cose che ammiravo, e così sono arrivate a lui, ma io non ho mai parlato di questa cosa a livello esplicito, è stato più un contagio istintivo, magico. La musica e l’arte sono potenti per questo. Voglio raccontare un aneddoto: Francesco da ragazzino voleva studiare sassofono, si iscrisse al Conservatorio ad un corso per imparare a suonarlo, superando anche il test dell’ammissione. Un mio amico ci prestò un sax, un bel Conn, un sax contralto Conn piuttosto notevole, e lui imparava a orecchio delle melodie sul flauto dolce e poi le trasferiva sul sax, quindi aveva molto istinto, molta facilità di orecchio, di imboccatura, di agilità con le mani. Così superò il test. Però poi entrò in conflitto col sistema del Conservatorio: il solfeggio, l’atteggiamento dell’insegnante, qualcosa andò storto… la magia si ruppe. Io ovviamente, un po’ da babbo, un po’ da babbo musicista, ho sentito questo scossone. Avrebbe potuto trovare una strada giusta, una strada che tra l’altro ci avrebbe accomunato, perché anche io sono musicista, e mi sono detto: attenzione, devo giocare facendo molta attenzione, come se stessi tirando un calcio di rigore. Se avessi sbagliato, non lo avrei perso come figlio, ma sicuramente lo avrei perso come musicista. Insisto che lui continui, che non molli, oppure lascio fare al suo istinto? E ho scelto di lasciar fare al suo istinto. Sapevo che lui ha questa tendenza ad erigere, a tirar su subito le difese, e che quando premi troppo lui si indurisce, quindi è servita una trasmissione istintiva, il coinvolgimento e soprattutto l’esempio. Lui mi vedeva tornare a orari strani, dormire la mattina fino a tardi… aveva intuito qualcosa e quindi gli è arrivata soltanto energia positiva, nessuna costrizione, nessun tipo di forzatura."


Vorrei fare la stessa domanda a te Francesco: pensi, da quando ti sei avviato al mondo dell’arte, di aver influenzato la carriera artistica di tuo padre?


Francesco: "Per fare una chiosa alla risposta di mio babbo, mi permetto di dire che ha ragione, semplicemente perché io caratterialmente sono proprio uno che se mi dici “A” faccio “B”. Quindi l’unico modo per farmi capire e apprezzare le cose da parte di un genitore, probabilmente quello più giusto, è proprio quello di farmene innamorare senza dirmi “questo è giusto o sbagliato”, ecco, è sempre stato così. Farmi ascoltare certi autori, lavorando più su un innamoramento, è stato più efficace che un approccio più verticale. Tornando alla tua domanda, come ti ho accennato anche prima, per un lungo periodo le nostre carriere sono state parallele, quindi abbiamo frequentato due mondi diversi. Ora per la prima volta questi due mondi si stanno avvicinando, quindi sicuramente da ora in poi le nostre carriere sono legate in qualche modo, per quanto appunto ci sia una libertà assoluta; ci tengo molto al fatto che questo progetto sia un progetto aperto, nel quale ci sarà modo di coinvolgere vari musicisti, però sicuramente qualcosa ci ha legato anche da quel punto di vista per la prima volta. Non era quello lo scopo principale, però sicuramente indietro non torneremo. Per esempio, stiamo già lavorando a un altro progetto strumentale, di musica, di mio padre, al quale abbiamo dato il nome “Magenta”, che è il nome del nostro quartiere. Quindi quello sarà probabilmente il prossimo progetto che ci vedrà coinvolti insieme. Ormai ci siamo riavvicinati talmente tanto che anche con Appino e con gli Zen il mio babbo è molto in confidenza, quindi paradossalmente poi ci si influenza anche soltanto stando insieme nella stessa stanza, soprattutto quando scrivi e racconti quello che stai vivendo. Quindi, diciamo che è l’inizio di un percorso."

Andrea e Francesco Pellegrini intervistati da Sacha Tellini


Torno su di te Andrea: che cosa ti arriva quando suoni e interpreti le canzoni di Francesco?


Andrea: "Le canzoni di Francesco hanno, secondo me, un grandissimo pregio, piuttosto raro oggi, che è l’autenticità. Tutto quello che racconta Francesco è vissuto, o sognato, o immaginato, pensato veramente… e questo per me è un valore assoluto, che purtroppo è piuttosto raro al giorno d'oggi. Prima, nella grande scuola dei cantautori genovesi, milanesi, emiliani era una cosa un po’ più diffusa, un po’ più comune. Di conseguenza, sentendo che racconta cose vere - pensieri, sensazioni, emozioni, sogni reali o cose anche realmente accadute - mi arriva come senso del dovere artistico, come un dovere etico, morale verso l’arte il fatto di essere anch'io autentico. Cioè non puoi accompagnare un poeta, un cantautore, un musicista che si sta esprimendo con autenticità in maniera falsa, perché compiresti, secondo me, un sacrilegio gravissimo. Non è richiesto di essere più o meno bravi, più o meno abili, ma è richiesto di essere più o meno autentici. E questo modifica tantissimo il mio modo di suonare, perché quello che fai con le mani corrisponde a un’emozione, con le mani cerchi di tradurre in maneggio, in articolazioni, in accordi, in frasi, in bassi quella che è un’emozione, un colore che hai in mente o che hai nella pancia, nel cuore… e quindi questo modifica realmente quello che devo suonare. Devo dire che nel mio settore, che è quello del jazz, anche questo purtroppo oggi è raro; e questo è veramente un torto che facciamo al grande jazz storico del passato, perché anche lì prima l’autenticità era molto più diffusa: Parker descriveva la sua vita, le sue emozioni, le sue voglie, i suoi bisogni… Davis, Coltrane, Ellington… questi raccontavano quello che avevano veramente nella pancia. Oggi, specialmente in Italia, se da una parte c’è più abilità, più diffusione delle abilità e delle conoscenze del jazz - e questa è una cosa positiva - c’è però molta poca autenticità."


Francesco : "Mi permetto di dire che la non-autenticità ha permeato tanto anche il "mio" ambiente. Più che dividere tra musica bella e musica brutta, dovremmo dividere in musica sincera e musica meno sincera. Detto questo, è esattamente il motivo che racchiude tutto ciò che ti ho detto prima, per cui l’autenticità è ciò che mi ha spinto a coinvolgere mio padre e anche la motivazione per la quale Appino ha coinvolto me, a suo tempo, nei suoi lavori. C’è una differenza enorme tra avere un chitarrista supertecnico, con il quale non hai mai condiviso niente, che magari è anche bravissimo, e avere invece un compagno con cui stai condividendo la vita sul palco. Sono due modi diversi di approccio e ovviamente il secondo, per noi, è quello vero."


Qual è la cosa che preferisci di più di tuo padre quando è sopra il palco?


Francesco : "La musica è una disciplina difficile da capire. Uno degli elementi che rendono un musicista un grande artista è il modo di stare sul tempo. Nel rock, ovviamente, il batterista spesso tende a quadrare tutto quello che è ritmico, quindi il pezzo inizia a una velocità e finisce alla stessa velocità, e se non stai dietro al batterista giustamente sei tu che sbagli. Nel duo, se il musicista che è accanto a te è bravo, questa dimensione si rompe: tu puoi accelerare un po’, rallentare un po’, aspettare, quindi il tempo viene deciso dai respiri. E in questa cosa mio padre mi ha seguito molto. Noi dal vivo oscilliamo tanto sul metronomo, ci seguiamo tanto, lui ha un’ottima capacità di seguirmi, e questo aspetto è probabilmente quello che preferisco di lui."


E tu, Andrea, qual è la cosa che preferisci di Francesco sul palco?


Andrea : "La cosa che preferisco di Francesco, tra le tante cose belle che ha come musicista, come artista, come poeta, è la concentrazione. Se la preferisco probabilmente è perché è la cosa che manca un po’ a me. Un po’ perché nel jazz la concentrazione viene vista in modo parzialmente diverso. Quindi sul palco, nel jazz, si è estremamente elastici dal punto di vista emotivo, o si dovrebbe esserlo, e forse a volte questo sacrifica un po’ la concentrazione, una cosa che a me innervosisce molto, perché con i musicisti con cui di solito suono il jazz, questa cosa non è così diffusa. Ti guardi, ti osservi, improvvisi, decidi delle cose sul momento, cambi direzione dinamicamente, armonicamente… però a volte si eccede un po’. Invece Francesco questa cosa ce l’ha e molti dei suoi colleghi, dei suoi amici ce l’hanno, e a me questa cosa piace e la invidio molto, perché poi quando sei in quella scatola nera è molto faticoso mantenere alta la concentrazione. Invece specialmente nel pop e nel rock le cose devono essere fatte in quel modo, perché altrimenti non funziona, si rompe subito la magia, perdi la comunicazione. Quindi tra le tante cose che ammiro in lui, questa è forse la cosa che mi colpisce di più perché forse manca un po’ a me, manca un po’ nel mio settore."


Ho un’ultima domanda per entrambi. Tornerete in tour insieme: che cosa vi aspettate da questo tour e che cosa dobbiamo aspettarci noi che vi verremo a vedere?


Francesco : "La volontà è quella di fare alcune date insieme quest’estate, non appena riusciremo a organizzarci con le normative che ci sono per l’emergenza sanitaria che purtroppo stiamo vivendo. Questi saranno eventi con posti a sedere, e quindi l’idea sarà quella di continuare con un live acustico che implementerò, mi auguro, anche con mia sorella. Se non ci saranno loro due ad accompagnarmi sul palco, sarò da solo. Poi in autunno a quel punto ci sarà la produzione del disco. Sicuramente mi aspetto una crescita ulteriore, vorrei che questa collaborazione riuscisse a esprimersi al 100%. Nel mio progetto si riesce a esprimere tanto, però so che ci sono un sacco di altre cose che potremmo fare insieme, quindi spero di farne altre, che questo nostro affiatamento possa sfogarsi anche su progetti diversi."


E tu, Andrea?


Andrea: "Quello che mi aspetto è intanto l'inserimento anche Chiara, perché Chiara ha un’energia, uno swing pazzesco, e quindi non è l’inserimento di una figura di secondaria importanza. Anzi, forse è un po’ come inserire un elefante in una cristalleria, nel senso che il duo ha raggiunto un equilibrio non dico perfetto, ma molto calibrato, e Chiara ha una personalità molto forte, quindi sarà da giocarsela. Questo mi intriga, mi interessa, mi emoziona molto e quindi mi aspetto una nuova avventura, mi aspetto di partire per un viaggio meraviglioso, interessantissimo, curioso, molto avventuroso, con questa nuova presenza. Voi potreste aspettarvi questo: di vivere dei colori, delle emozioni veramente differenti e nuove, dove al duo si aggiunge questo personaggio potente, molto interessante e curioso. Poi mi aspetto qualcosa da me stesso: suono con tanti progetti diversi, situazioni sempre differenti. Comincio ad avere un po’ di difficoltà a tenere in memoria le cose e quindi questo comincia a disturbarmi un po’. Pertanto la mia sfida per la prossima estate sarà quella di mandare tutto a memoria e interiorizzare sempre di più le sfumature, gli obbligati, le cosine nostre che sappiamo noi in segreto, cosa che a volte non mi riesce ancora, anche se abbiamo fatto diverse date insieme nell'ambito del "Canzoni che non esistono tour". La mia testa è sempre su tantissime cose contemporaneamente, a volte faccio una fatica pazzesca a ricordarmi tutto ed è per questo che, da me stesso, mi aspetto che durante l’estate tutto viaggi completamente a memoria dentro di me."




Articolo di Sacha Tellini.

Le fotografie sono di Fabio Martini.

Si ringrazia Blackcandy Produzioni per la cortese ospitalità.

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