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Morrison Hotel 50th Anniversary Deluxe Edition

A ottobre abbiamo avuto la ristampa del quinto album, nonché quinto disco d’oro dei Doors, Morrison Hotel, che in febbraio aveva compiuto mezzo secolo di vita. La nuova versione di questo lavoro, intitolato Morrison Hotel 50th Anniversary Deluxe Edition, è un set di 2-CD/1-LP già disponibile dal nove ottobre che include l’album originale, insieme alla sua versione in vinile da 180 grammi, e un disco bonus di inediti.


Morrison Hotel è un disco che si forma in un momento non facile per i quattro ragazzi di Venice Beach, quasi presi in ostaggio dalla voracità conoscitiva del Re Lucertolache voleva continuare a esplorare la mente umana e i suoi confini, la cultura e i suoi limiti bigotti che reprimevano l’arte, l’amore e la passione. Andare verso i limiti e sconfinarli: era questo Jim Morrison. «La strada dell’eccesso conduce alla saggezza» scriveva William Blake, ai posteri stabilire se Mr Mojo Rising riuscì a trovarla.

Morrison Hotel ci offre un suono più duro e blues rispetto ai dischi precedenti, tanto che avrebbe dovuto contenere anche Rock Me Baby di BB King, registrata nel 1962 e poi diventata un classico del blues dal 1964. Altro pezzo escluso fu un brano motown del 1959 di Barrett Strong, Money That’s What I Want, suonata anche dai The Beatles.

Se siete amanti dei Doors questa riedizione di Morrison Hotel vi permetterà di ascoltare, oltre alle undici canzoni standard, diciannove tracce inedite, tra le quali le numerose versioni di Queen Of The Highway.


Ogni singolo brano ha una storia e significati sfuggenti a un primo e superficiale ascolto. Jim Morrison era infatti poeta e cantante, univa la delicatezza e la riflessione della poesia con la veemenza e la teatralità di cantante e frontman dei Doors. La sesta traccia si sposa proprio con questa sua volontà esplorativa e teatrale, un teatro dell’inconscio e dell’immateriale, perché Ship Of Fools è una metafora del viaggio lisergico, un viaggio che permette di guardare dentro se stessi: in quel momento sei lì con le tue proprie divinità e i tuoi propri demoni, un gioco a somma zero che non ammette vie di mezzo: scappa o affronta, fuggi o rimani, sei sola con te stessa e se affronti puoi uscirne più forte di prima. Affronta e non sarai più parte di quell’umanità che sta venendo sepolta viva dallo smog, che guarda ma non osserva, che cammina ma è statica, una nullità che urla e grida senza poter essere ascoltata, abbandonata a se stessa, quasi come in un infernale girone dantesco.

«The human race was dyin’ out/Noone left to scream and shout/People walking on the moon/Smog will get you pretty soon».

Dai toni lisergici del sesto brano, la voce di Jim Morrison ci conduce a Land Ho!, prima traccia di quello che era il lato B dell’LP, Morrison Hotel la cui ritmica a me, personalmente, ricorda molto i toni caldi, leggeri e spensierati di una delicata ballata folk, un marinaio che grida Land Ho! come se fosse un cowboy di mare.

In un continuo cambio di toni The Spy è invece un caldo e suadente blues in cui immergersi giocherellando con un bicchiere di whisky tra le dita, lasciandosi cullare da quella voce profonda, tonda, morbida che ti sussurra: «I’m a spy in the house of love/I know the dream, that you’re dreamin’ of/I know the word that you long to hear/I know your deepest, secret fear/I’m a spy in the house of love/I know the dream, that you’re dreamin’ of/I know the word that you long to hear/I know your deepest, secret fear/I know everything/Everything you do/Everywhere you go/Everyone you know»

In Blue Sunday, invece Jim Morrison sembra calarsi nei panni di un crooner, un cantore d’altri tempi.


Morrison Hotel è un viaggio che parte dal Roadhouse Blues insieme a una compagna che deve eccitare l’anima e i sensi dell’altro: «You gotta thrill my soul», canta Jim, risvegliarlo dal torpore che ne incatena la percezione del mondo e con la quale aspettare l’alba di una primavera ormai giunta.

«Can you feel it/now that Spring has come/that it’s time to live/in the scattered sun» e rendere questo fantastico viaggio reale. Sì, perché: «You make me throw away mistaken misery».

È un viaggio che continua, passando dalle contestazioni pacifiste di Peace Frog per imbarcarsi e arrivare, attraverso le grandi strade americane, fino ai ricordi di un James bambino, quello raccontato in Indian Summer.


Care amiche e cari amici di Rockography, non mi resta che augurarvi un buon ascolto con una nuova coscienza, quella di aprirci all’infinito.


Foto presa dalla pagina Facebook ufficiale - The Doors


Articolo a cura di Sara Petrucci

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