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Una stella cadente che ha lasciato una scia indelebile: Forse le lucciole non si amano più

Aggiornato il: 20 giu 2019

Forse le lucciole non si amano più, l'album di debutto della Locanda delle Fate, può essere messo all'interno dei masterpiece del genere. Ecco a voi la recensione dell'album. Buona lettura.


I Locanda delle Fate pubblicarono solamente questo cd, Forse le lucciole non si amano più, nel 1977, per poi sciogliersi alcuni anni dopo e riformarsi nel 1999, pubblicando Homo homini lupus e facendo concerti in tutto il mondo.

Il merito di questo lavoro è quello di aver trovato un connubio perfetto tra il progressive inglese, in special modo la proposta dei Jethro Tull e dei Genesis, con quello che di migliore era uscito fino a quel momento nella scena italiana. Il tema che sta dietro ai 48 minuti del cd sono le riflessioni di un uomo che, vivendo la terza fase della sua vita, quella che precede la morte, si trova immerso nei ricordi e ripercorre tutte le fasi che lo hanno portato ad essere quello che è diventato. Un processo che lo porterà a raggiungere una nuova consapevolezza e di conseguenza a vivere serenamente la vecchiaia. Anche se un'altra chiave di lettura è quella di una riflessione che la band fa sulle vicende socio politiche degli anni 60 e 70 (ricordiamo che l'album è uscito nel 1977).

In ogni caso, i testi si possono definire poesia. Leonardo Sasso quasi recita, camminando nell'ordito melodico e ritmico intrecciato dagli altri componenti della band, dei testi ariosi, aperti, evocativi, che ti fanno, come il genere dovrebbe fare, progredire oltre.


La copertina dell'album

Il cd apre con la strumentale A volte un istante di quiete, canzone in cui vengono sciorinate molte delle proposte ritmiche e melodiche presenti nelle altre canzoni. La seconda traccia è la title track, che può essere interpretata come una riflessione sull'adolescenza, sui sogni infranti, sugli errori commessi e sulle sorprese celate al di la di questi: «pazzi, forti eroi, tutto era sbagliato, vi è mancato il tempo, di riprender fiato, il sangue alla testa, si fermò, e scelse anche per voi…». Ottime le aperture melodiche e ariose affiancate alle accelerazioni rock.

La successiva, Profumo di colla bianca, parla dei ricordi di scuola. Il nostro protagonista trova nella soffitta di casa uno scatolone con i quaderni e i libri, sente il profumo della Coccoina (storico marchio che produce colla bianca), ma la memoria della scuola in quell'ambiente ha tutto un altro sapore: «Mille vetri rispecchiano ricordi che un bimbo lasciò […] raccolgo un libro di immagini sbiadite dalla realtà».

Cercando un nuovo confine parla della voglia di andare oltre, dopo aver compreso che il passato non esiste più e vive solo nei ricordi sbiaditi, con i testi che raggiungono una dimensione metafisica: «Mentre voli in alto, in braccio a comete venute per te, lasci indietro un mondo, un misto antico di sogno e realtà…». La successiva, Sogno di Estunno parla del vivere il mondo con la libertà di chi l'ha raggiunta tramite le proprie esperienze, ma non ha più il fisico per poter godere di essa. L'apice arriva con la strofa «è strano sai, avere tanta voglia di correre, e muover piano i passi, per non sciupare l'attimo di libertà».


La band

Le conclusive, Non chiudere a chiave le stelle e Vendesi saggezza, parlano della maturità, raggiunta con consapevolezza e facendo pace con il proprio passato.


La band che in Italia non ha avuto il successo che meritava, è diventata un gruppo di culto specialmente in Asia. Per poter comprendere questo album non basta un unico ascolto e si può adattare a infinite interpretazioni. Ognuno di noi può ascoltarlo e filtrarlo tramite le lenti della sua esperienza.



Articolo a cura di Giorgio Cappai

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