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"Grazie Tommy Emmanuel per avermi fatto scoprire il finger style": l'intervista ad Alberto Lombardi

Aggiornato il: 2 nov 2019


Allora Alberto, cominciamo dall’inizio, che di strada ne hai fatta tanta. Quando hai iniziato a suonare la chitarra?


"Avevo 12 anni, ma prima avevo una chitarra a casa che spaccavo un po' come potevo. Poi un cugino mi ha fatto fare una prova meno distruttiva e non me ne sono più staccato, ho iniziato a studiare e ancora oggi non smetto di farlo! Anche se il periodo di studio più intenso è stato tra i 16 e i 22 anni, culminato nel diploma al GIT di Los Angeles."


Il finger style è una tecnica molto difficile, che richiede molta precisione e costante impegno; cosa ti ha portato a specializzarti proprio su questa tecnica? È stata fin da subito questa la tua vocazione?


"No, ho iniziato solo 4 o 5 anni fa. L’ho scoperta grazie a Tommy Emmanuel, un po' il guru attuale di questo genere. Intorno al 2000 lo incontravo spesso alle fiere di musica in giro per l’Italia, ed era straordinario come oggi, ma non mi appassionavo. Mi piaceva la chitarra rock e in fondo quello è stato sempre il mio stile.

Poi di recente ho provato a suonare un suo brano e mi sono innamorato. Allora ho cercato di fare io qualche arrangiamento. In questo stile vanno molto di moda le cover, perché in realtà si riarrangia un brano per essere suonato autonomamente sulla chitarra e c’è molta libertà. Posso cambiare il tempo, l’armonia, ed è una bella sfida rendere un pezzo efficace con un solo strumento. Ho rielaborato grandi classici italiani come Volare, Almeno tu nell’Universo, Roma nun fa la stupida, ma anche brani dei Beatles e di Ray Charles. Ovviamente scrivo anche cose mie. Che è difficile, me ne ricordo quando sono da solo in teatro, davanti ad una platea silenziosa, senza nessuno a coprirmi se faccio un casino. Quella è la difficoltà maggiore, l’enorme responsabilità. Come fanno i concertisti di chitarra classica mi chiedo..."


Hai avuto apprezzamenti anche da Tommy Emmanuel, uno che è stato eletto Miglior Chitarrista Acustico nel 2008 e nel 2010 dal magazine Guitar Player, e che ha suonato con artisti del calibro di John Denver ed Eric Clapton. Avete mai suonato insieme? Senti di aver fatto qualcosa di importante se musicisti di questo calibro ti considerano tra i migliori in Italia?


"Sento solo di essere sulla strada giusta! Si abbiamo suonato di sfuggita prima di un suo concerto. Poi ci siamo rivisti un paio di volte, spero di rifarlo in circostanze più “ufficiali”. Un’altra grande soddisfazione è stato essere coinvolto prima da Stefan Grossman, uno dei più grandi divulgatori per chitarra acustica da 60 anni a questa parte, che ha pubblicato un DVD in cui spiego come suonare alcuni miei arrangiamenti, e poi da Peter Finger, altra eminenza grigia del genere, che mi ha voluto in tour con lui in Germania nella sua “International Guitar Night”, con altri 3 chitarristi da tutto il mondo. Loro due hanno anche pubblicato i miei primi due dischi di chitarra acustica."

Alberto Lombardi durante un concerto

C’è stato un punto di svolta nella tua carriera da chitarrista?


"Ancora deve arrivare. In realtà è sempre un work in progress. Ho incontrato Tommy Emmanuel prima del suo concerto a Roma quest’anno e mi ha detto che solo di recente ha fatto un ulteriore step, passando da teatri di 7-800 posti a sale fino a 3000 come la Opera House di Sydney. Per Sting sarebbe un concerto privato, per me un sogno. Gli americani dicono “One man’s floor is another man’s ceiling”, a me piace pensare che è un continuo spingersi in avanti, migliorando innanzitutto la musica che facciamo e poi cercando di far crescere le opportunità. Non arriva più nessuno come un tempo e ti mette sotto i riflettori, oggi è un cammino lungo e molto personale. Te lo dico perché l’ho visto succedere, negli anni 90 ho visto persone che conoscevo catapultate da un giorno all’altro nel successo stellare. Non succede “quasi” più. Figurati poi in una micro-nicchia come la chitarra acustica!"


Hai suonato con vari artisti italiani (Barbarossa, Tony Esposito, Berté ed altri): cosa ti hanno lasciato queste esperienze? Quale ti ha più entusiasmato?


"Mi sono piaciute tutte molto, ancora suono con Massimo di Cataldo e Daniele Groff, parlando di cantanti pop, ma anche con qualche artista americano come le cantanti della band Chic." 


Da solista hai lavorato al tuo terzo album con l’ingegnere del suono e produttore statunitense Bob Clearmountain, uno che ha lavorato con artisti rock e pop di fama mondiale, come Bruce Springsteen, Rolling Stones e Simple Minds, per citarne “solo” alcuni. Com’è nata questa collaborazione e cosa hai provato a lavorare con un produttore di questo livello?


stato bellissimo e istruttivo. Anche io produco artisti, cantautori, ho uno studio e sono appassionato di produzione e arrangiamento. È meno sotto i riflettori ma amo anche essere un topo di studio e ho realizzato dischi di cui sono molto orgoglioso, come “Il negozio della Solitudine” di Rosario di Bella, oltre che tanti artisti più sconosciuti. Di solito faccio io anche i mix, ma non ero contento del risultato su alcuni miei brani. Bob è ormai soprattuto un “mixer”, quello che arriva a produzione fatta e aggiusta i suoni e i livelli. Lo dico per chi non sapesse cosa fa chi missa, ma è ovviamente più complesso di così. Siccome in passato avevo partecipato a dei seminari con Brauer (che è famoso per i mix dei Coldplay) e Aldge (Greenday) ho pensato che sarebbe stato istruttivo e mi sarei ritrovato con una firma importante sui miei brani. Inoltre Bob era entusiasta del lavoro e ha provato a darmi una mano. Purtroppo non ho trovato un partner discografico, e il progetto è per ora rimasto nel cassetto."


Il paradosso di Fermi (attribuito ad Enrico Fermi) nasce nel momento in cui si mettono a paragone due concetti: l’alta probabilità di vita aliena nell'universo e la totale assenza di prove e rilevamenti di qualsivoglia genere. Il tuo ultimo album, The Fermi Paradox, di cosa ci parla? Dove si inserisce in questo contesto?


"Sono appassionato di fantascienza e avevo un brano che ha un’atmosfera proprio da viaggio interstellare. Quindi gli ho dato questo titolo, visto che è un concetto che mi affascina e incontro spesso nelle mie peregrinazioni su YouTube. C’è quel pizzico di mistero in questo titolo che mi ha spinto a usarlo come title track. Poi ho trovato questo museo a cielo aperto a Roma, con questa mano enorme che sembra piena di stelle, dipinta su un palazzo, e sono coincisi titolo, copertina e video per il brano! Circostanza fortunata direi."


Sei anche un chitarrista della Rino Gaetano Band, cover band ufficiale di Rino Gaetano, fondata da sua sorella Anna. Come sei entrato a farne parte? Cosa significa, per te, contribuire a portare avanti gli ideali e i valori di Rino Gaetano?


"Rino era profetico, è bello scoprire così tanto entusiasmo in ragazzi che potrebbero essere sui nipoti e vengono a urlare le sue parole ai concerti. I due cantanti erano orfani di band e hanno chiesto al tastierista se conosceva qualcuno. Michele Amadori, che è anche un cantautore al quale ho prodotto due dischi, oltre che un caro amico, mi ha chiamato ed abbiamo coinvolto altri due amici molto in gamba al basso e alla batteria (Fabio Fraschini e Marco Rovinelli). Visto che i cantanti si accompagnano con l’acustica entrambi, io mi sono potuto concentrare sull’elettrica e godermi un paio di assoli molto lunghi ed intensi che ogni volta che suoniamo mi danno grande piacere. A loro non so... (ride, ndr)"


La Rino Gaetano Band in concerto all'Auditorium Flog di Firenze

Ci dici, per concludere, quali saranno i progetti futuri della tua carriera?


"Moltissimi! Sto per realizzare altri 3 DVD didattici per Stefan Grossman, sono in trattativa per suonare in alcuni bei festival in Australia e Stati Uniti e ho in mente un progetto in cui suonerò grandi classici che hanno reso famosa la Stratocaster! Quest’estate ci saranno i tour di Cataldo e Rino Gaetano Band e qualche concerto nei festival italiani di chitarra acustica.

Tanta musica!"


Intervista a cura di Maurizio Savi

Foto di Alejandro Joaquin Soto

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