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"Grazie Edoardo Bennato per avermi insegnato così tanto": leggi l'intervista a Giuseppe Scarpato

Aggiornato il: 27 giu 2019

Chitarrista storico di Edoardo Bennato e fondatore dell'Hillside Power Trio, Giuseppe Scarpato, classe '73 di origini campane, è indubbiamente uno dei più grandi chitarristi italiani in circolazione. Abbiamo avuto il piacere di fare quattro chiacchiere con lui, nello studio di casa sua.



Allora Giuseppe, partiamo dalla origini: quando e perché hai deciso di cominciare a suonare la chitarra? Come mai, proprio questo strumento musicale?


"È cominciato tutto un po' per caso, quando ero proprio un ragazzino. La responsabilità di tutto ciò è di mio papà, è stato lui che ha avviato me e mio fratello, tutt'oggi musicista pure lui (Gennaro Scarpato, batterista, ndr) alla musica. Quando avevo 7 anni e mio fratello 8, ci comprò infatti, di punto in bianco, una batteria: non una batteria giocattolo, ma una batteria vera e propria, una Premier davvero molto bella. Questo è stato quindi il mio primo strumento musicale, che ho suonato dai 7 ai 15 anni: non me la cavavo neanche male, tant'è vero che tutt'oggi, per esempio in alcuni concerti con Edoardo Bennato, mi capita di "prestarmi" a suonare questo strumento. Tuttavia, avere due figli maschi entrambi batteristi nella stessa famiglia era veramente troppo faticoso per i nostri genitori e per tutto il condominio, e fu così che un giorno, quando mio zio decise di regalarmi la sua chitarra Höfner, che aveva suonato da ragazzo, decisi di cominciare a suonare questo strumento. Non fu facile per me avviarmi a suonare la chitarra: frequentai un corso con alcuni miei amici e in più la suonavo nel retro della parrocchia che allora frequentavamo (a Napoli, Giuseppe è originario della Campania, ndr), e agli scout, senza però ottenere risultati per me soddisfacenti. Decisi quindi di abbandonarla, fino a quando, all'età di 16 anni, ho avuto un'improvvisa folgorazione, che mi ha portato a cominciare di nuovo a suonare questo strumento: ho ricominciato a farlo da autodidatta, e da allora non ho più smesso. Per aiutarmi, ho ascoltato tanta, tantissima musica. Io che, come ti ho detto, ho un'auto-formazione in materia, oggi mi ritrovo a fare dei corsi e dei seminari nelle scuole, ed è una cosa che mi piace moltissimo. Devo aggiungere che la mia generazione ha trovato a Napoli veramente un terreno molto fertile in ambito musicale: siamo cresciuti in mezzo a tanta musica, con i miti assoluti che erano Pino Daniele ed Edoardo Bennato, che sicuramente hanno contribuito in maniera decisiva a farmi cominciare a suonare questo strumento. Con Edoardo, da ormai qualche anno a questa parte, ho la fortuna di condividere il palco durante le sue tournée e suonare con uno dei propri beniamini non è un'emozione che si descrive facilmente."

Giuseppe Scarpato durante l'intervista nel suo studio

Musicalmente parlando però non sei "solo" un chitarrista: sei anche autore, compositore e produttore musicale, oltre ad essere il fondatore e leader dell'Hillside Power Trio (con il fratello Gennaro, batterista, e Patrix Duenas, bassista, ndr), e un componente de La notte delle chitarre: qual è il ruolo che preferisci?


"Suonare con il mio trio mi porta a contatto con una dimensione che definirei "piccola" rispetto ad altre realtà a cui ho la fortuna di poter dare il mio contributo, ed è proprio questa dimensione più intima che è quella che mi lascia le emozioni più grandi: i club, le birrerie, i piccoli posti in generale sono quelli che preferisco, quindi proprio per questo motivo, l'aspetto della mia carriera che preferisco è quello dell'Hillside Power Trio. Quando i ragazzi a cui faccio lezione mi chiedono se ho paura o se l'emozione di salire su un palco mi blocca, gli rispondo sempre di no; però, è vero che i palcoscenici non sono tutti uguali e non sempre, pur non avendo paura, vivo il concerto alla stessa maniera. Nello specifico, ho suonato ad esempio a tante edizioni del concerto del primo maggio a Roma, anche negli anni d'oro in cui venivano quasi un milione di persone, oppure a New York o a Cuba, sopra dei palchi in cui non riuscivi a vedere la fine delle persone che erano venute a sentirti: questo tipo di situazioni le vivo molto tranquillamente, senza paura. Paura che non ho neanche quando salgo su palchi più piccoli, come quelli dei club o delle birrerie, però il contesto è diverso e questi live tendo a viverli, appunto, in maniera diversa: quando suoni per poche persone che hai a poca, pochissima distanza da te, tanto da riuscire addirittura a sentire le parole che dicono, il discorso cambia completamente, e probabilmente l'emozione che sento è addirittura superiore a quella che provo suonando sui grandi palchi. In questo tipo di concerti, c'è anche una certa sfida da vincere, che è quella di conquistare chi ti sta ad ascoltare. Non sempre, infatti, chi viene ad un concerto in un locale viene per chi sta suonando: magari vogliono fare due chiacchiere con gli amici, quindi la musica in queste situazioni può essere addirittura un fattore di disturbo ed è per questo che un artista, in queste occasioni, deve essere ancora più bravo, riuscendo a coinvolgere un pubblico che magari non è venuto espressamente lì per sentire te. Anche se, a dirtela tutta, suonando con Edoardo, che fa molti concerti gratis nelle piazze, mi sono accorto che il pubblico in assoluto più difficile da affrontare è quello che non paga per assistere ai concerti: magari sono persone che vanno alle feste in piazza perché nel loro paese è tradizione, senza necessariamente conoscere colui che rimane un campione della musica italiana ed è lì che devi mettere tutto te stesso per riuscire a catturare la loro attenzione e coinvolgerli per almeno due ore di concerto."


Da cosa deriva quindi la scelta di non dedicarti solo alla chitarra?


"Beh, direi che fondamentalmente è una questione di piacere. Questa decisione, cioè quella di dedicarmi anche ad altro, è avvenuta un po' in maniera spontanea e un po' in maniera ragionata. Mi piace molto pensare alla musica nel suo insieme: quando sono in tour con Edoardo, tanto d'inverno quanto d'estate, mi piace seguire tutta la produzione, parlare con i tecnici che montano il palco piuttosto che vedere come si programma una centralina delle luci. La curiosità fa parte del mio carattere, e questa è stata sicuramente una motivazione che mi ha fatto spingere oltre lo strumento che suono. Ho cercato di imparare il più possibile dai produttori con i quali ho lavorato; le volte che sono andato negli studi di registrazione ho cercato, e cerco ancora adesso, di carpire il più possibile dagli addetti ai lavori, tanto da essere arrivato a comprarmi alcuni strumenti per imparare, ancora una volta da solo, a fare il produttore: col tempo ho imparato ad usare quindi i software di produzione musicale per fare gli arrangiamenti e adesso sono diventato quasi più bravo a fare questo che a suonare la chitarra (ride, ndr). Viste anche le nuove tendenze che sono in atto in ambito musicale, con generi come la trap, il pop e il rap che vanno per la maggiore, e con la chitarra che trova sempre meno spazio, mi è sembrato opportuno imparare a fare qualcos'altro, che mi permetta di lavorare anche quando non sono impegnato nelle tournée."


Come nasce l'Hillside Power Trio?


"Tutto è nato perché io e mio fratello abbiamo condiviso da sempre la passione per la musica: come ti ho detto poco fa, fin dai primi anni abbiamo avuto degli strumenti da suonare, e questa cosa ci ha portato sicuramente a sviluppare un feeling musicale molto intenso. Abbiamo quasi sempre suonato un genere che ha sempre avuto una matrice molto forte di rock e blues, e in questo caso, avere un buon feeling e una discreta capacità d'improvvisazione sono davvero molto importanti. I componenti fissi siamo sempre stati io e mio fratello, mentre le alternanze sono state davvero tante. In origine, eravamo in otto: tutti i nostri amici con i quali condividevamo questa passione facevano più o meno parte della band. Il nome del gruppo è dovuto alle nostre origini, mie e di mio fratello: noi veniamo da una zona della periferia di Napoli est, il nostro paese si chiama Cercola. Qui, il Vesuvio comincia ad ergersi, ed è da qui che nasce il termine "Hillside", che in italiano significa pendio. Adesso, la formula stabile dell'Hillside Power Trio prevede appunto tre componenti, che peraltro è la mia formula preferita. Il componente che alterniamo di più è Patrix Duenas, il nostro bassista; quest'ultimo, vivendo negli Stati Uniti, non sempre è disponibile per i nostri concerti: quando lui non c'è, si aggrega al gruppo qualche altro nostro caro amico, ovviamente tutti bravissimi come gli altri componenti di questo gruppo."


Da più di vent'anni sei entrato a far parte della band di Edoardo Bennato: com'è nato l'incontro fra te e il cantautore napoletano?


"Tutto è nato grazie all'Hillside Power Trio. All'epoca in cui abbiamo conosciuto Bennato, suonavamo davvero tanto, facevamo circa 4/5 date a settimana. In quel periodo, verso la fine degli anni '90, stavamo portando in scena, tra Napoli e provincia, uno spettacolo ispirato alle colonne sonore dei film di Tarantino: anche se all'epoca erano usciti soltanto Pulp Fiction, Le Iene e Dal Tramonto all'Alba, noi portavamo in giro questo spettacolo che, per allora, era anche molto innovativo. Avevamo infatti molti contributi multimediali che arricchivano il nostro spettacolo, oltre ad una ballerina, che poi è diventata un'attrice, visto che in ogni film di Tarantino c'è almeno un ballo importante. Nel giro di poco tempo si sparse la voce di questo nostro spettacolo, e molte persone cominciarono a venirci a vedere. Suonavamo spesso, circa una volta a settimana, in uno dei locali più importanti di Napoli, l'Antica Birreria, che si trova all'interno di Edenlandia, un parco giochi di Napoli che è stato costruito nel dopoguerra, al quale i napoletani sono davvero molto affezionati, e che è stato importantissimo per l'infanzia di tutti i ragazzi e le ragazze della mia generazione. Fu in una delle nostre date nel locale che, per la prima volta, ci venne a vedere Edoardo, che è poi tornato anche in altre occasioni: notavamo la sua presenza da sopra il palco, ed era per noi senz'altro un motivo di orgoglio vederlo lì, fra le altre persone, ad ascoltare i nostri concerti. Ricordo che si metteva sempre in un angolo, in disparte, con una telecamera mini VHS-C, con la quale ci riprendeva, suscitando non poco la nostra curiosità. Un giorno, dopo aver chiesto ad un mio conoscente il numero di casa, chiamò a casa mia e di mio fratello, per chiederci se poteva portarci un video di alcuni nostri live che aveva registrato: per noi fu davvero emozionante ricevere una tale attenzione da parte sua, tant'è che poi cominciai ad utilizzare il suo montaggio video dei nostri live per fare promozione musicale alla nostra band. Fu solo qualche tempo dopo però, ad inizio estate nel '97, dopo la fine di un nostro concerto a Castel dell'Ovo a Napoli, che Edoardo ci chiese se l'indomani avremmo potuto prendere parte ad un suo live. Prepararci per quello spettacolo, che rientrava nell'ambito del Montesarchio Rock Festival di Caserta, fu davvero divertente: Edoardo ci lasciò un disco con alcuni suoi brani che avremmo dovuto "imparare" per il giorno dopo e, per fare ciò, ricordo che ci chiudemmo nella sala dove provavamo, che era sotto casa mia e di mio fratello ed era peraltro molto attrezzata. Fu come avere Edoardo lì con noi: il cd che ci aveva lasciato conteneva i brani che avremmo dovuto suonare il giorno dopo, arrangiati soltanto con chitarra acustica, voce ed archi; a questi arrangiamenti, avremmo dovuto aggiungere i nostri strumenti, quindi la chitarra, il basso e la batteria. Pur facendo le prove senza una parte della band, ricordo che arrivammo molto preparati all'evento, del quale ho un ricordo bellissimo: prima di noi suonava la Bandabardò, che si era appena formata e aveva da poco pubblicato il primo album; fu in quell'occasione che, oltre a suonare per la prima volta con Edoardo, ho avuto la possibilità di conoscere quelli che sono diventati, nel corso del tempo, veri e propri amici. Dopo quella data, il nostro rapporto con Bennato si strinse sempre di più, anche se non entrammo subito a far parte della sua band. Questo passaggio avvenne un giorno di luglio, a qualche mese di distanza dalla nostra prima esibizione insieme, quando Edoardo mi chiamò per chiedermi cosa avremmo fatto dopo la data che dovevamo avere quella stessa sera, a Pozzuoli: i nostri giorni di riposo previsti dopo quella data ovviamente saltarono, e così prendemmo parte, per la prima volta, ad una sua tournée. Pensa che, per i primi 3 anni, non sono mai entrato in sala prove per preparare uno spettacolo con lui."


Qual è stato il punto di svolta della tua carriera artistica?


"Sicuramente aver iniziato a suonare con Edoardo. Quando ho cominciato a suonare con lui ho fatto il salto di qualità: oltre ad avere imparato tantissime cose ed aver avuto la possibilità di conoscere tanti musicisti, devo anche constatare come sia stato importante per me, aver goduto, seppur indirettamente, della stima che gli artisti avevano nei confronti di Bennato, che si è riversata quindi su di me in quanto membro della sua band. Per esempio, qualche anno fa, ho suonato in alcune date di un tour estivo con Piero Pelù, che è un grandissimo fan di Edoardo: quando il suo storico chitarrista, nonché mio amico, Giacomo Castellano, ha avuto dei problemi per i quali non riusciva a coprire tutte le date di quel tour, fu lui stesso a fare a Piero il mio nome e fu così che mi ritrovai sul palco con lui senza, anche in questo caso, aver mai provato una canzone assieme. Lavorare con un artista così blasonato e stimato come Edoardo, ti porta ad avere anche la stima dei colleghi, che poi, in fin dei conti, è anche il motivo per cui faccio parte de La notte delle chitarre."


Quali sono, o quali sono stati se non sono più in attività, i tuoi chitarristi preferiti?


"Mi sono da sempre piaciuti i chitarristi che, oltre a suonare la chitarra, hanno cantato nelle loro canzoni: per tanti anni ho avuto una passione molto forte per i Dire Straits, e senza ombra di dubbio Mark Knopfler è stato uno dei miei chitarristi preferiti, che ho avuto modo di apprezzare più di una volta anche dal vivo. Anche Eric Clapton, Jimi Hendrix, Stevie Ray Vaughan, Jimmy Page, James Taylor e David Gilmour sono stati, e sono ancora adesso, fra i miei chitarristi preferiti. Sono stati molto importanti perché ascoltando i loro pezzi, ho imparato davvero tanto. In modo ancora più specifico, penso che sia una fonte veramente importante di apprendimento, ascoltare i suoni di altri strumenti per cercare poi di riprodurli con la chitarra: credo che sia un esercizio davvero utile, specialmente quando ci si ritrova a portare sulle corde di una chitarra alcune note che, rispetto allo strumento originario dal quale provengono, sono più scomode. Trovo tutto questo un'opportunità, davvero importante, di crescita professionale."


Come vede Giuseppe Scarpato lo stato della musica italiana contemporanea?


"Direi non proprio bene. Viviamo in un periodo strano per la musica; sicuramente, questo è un mondo che è cambiato molto negli ultimi anni. A partire dalle vendite dei dischi, passando per i prezzi dei biglietti dei concerti, fino ad arrivare al numero di persone che ad oggi vanno ad assistere a questi eventi, tutto è molto diverso rispetto ad un tempo. Ci sono, ad esempio, degli eventi che sono stracolmi di gente, magari perché chi sta sopra al palco va di moda in quel momento, senza che ci sia una connessione attendibile con la produzione artistica del cantante in questione. Sembra, a tratti, di parlare della messa di Natale: nessuno ci vuole andare, ma tutti ci vanno lo stesso perché ci devono andare. Per certi aspetti, oggi dovrebbe essere il periodo migliore della storia della musica: un ragazzo su due cammina per strada con le cuffie nelle orecchie, ci sono molte scuole di musica attrezzate per rispondere alle varie esigenze e la musica sembra davvero, come non mai, far parte del nostro quotidiano. Apparentemente, tutti vogliono fare i cantanti, in molti vogliono fare i chitarristi. Se hai messo su una band e vuoi trovare una sala prove dove suonare è difficile trovare un posto libero e molti addetti ai lavori e non solo, indossano i giubbotti di pelle e portano i capelli lunghi quasi a voler richiamare il fascino di alcune icone musicali di un tempo; se è vero quindi che la cultura rock è stata molto sdoganata tanto da essere penetrata in vari ambiti della nostra società, è anche vero che non si ha poi un riscontro reale, proporzionato, di questo fenomeno nel suo complesso. Ci sono, ad esempio, sempre meno posti nei quali puoi andare a sentire la musica; se organizzi un concerto e non sei sulla cresta dell'onda, nessuno ti viene ad ascoltare e se pubblichi un disco, e non sei nessuno, nessuno te lo comprerà. Dove sta quindi, tutta questa passione per la musica?

Oggi non è facile, neanche per chi ha un locale, organizzare gli eventi: oltre a mille problematiche di tipo burocratico, chi è in questo mondo deve sempre lottare per rimanere sulla cresta dell'onda, e questo comporta di dover avere un'infinita energia da consumare, altrimenti è difficile rimanere a galla. A Firenze, ad esempio, c'era il Jazz Club, un posto storico dove facevano molta musica dal vivo: bella o brutta che fosse, quello era un posto dove veniva dato spazio a generi musicali molto diversi fra loro e questa era sicuramente un'occasione molto importante per gli artisti, per potersi esibire. Le persone che abitano lì vicino hanno creato alcuni problemi al locale: basti pensare che i proprietari sono andati incontro a quattro denunce prima di chiuderlo. Quest'ultimi, avevano fatto anche i lavori al meglio per insonorizzare il posto, certo è che per insonorizzarlo completamente i costi sono esorbitanti, insostenibile per un locale così, tant'è vero che sono stati costretti a chiudere. Il grande rammarico che ho è che questi posti non vengono visti come posti di incontro e aggregazione, luoghi in cui si fa cultura; che poi la musica e quindi la cultura, questo sono, no? Se anche dalle istituzioni ti accorgi che ti vengono messi i bastoni tra le ruote, è davvero un problema."

Un momento conviviale prima dell'intervista

Ci racconti adesso com'è nata, e come si è sviluppata nel tempo, La notte delle chitarre?


"La notte delle chitarre è un progetto con il quale collaboro dal 2003, che però è nato due anni prima, nel 2001, su idea della band che apre i nostri concerti, Le custodie cautelari. Molti, inizialmente, lo fraintesero: pensavano fosse una sorta di raccolta dei migliori chitarristi d'Italia riuniti in concerto, che non è esattamente il motivo che ha animato la creazione di questo proposito. Hanno sempre fatto parte de La notte delle chitarre i chitarristi che hanno legato il proprio nome ad un cantante o cantautore importante che ha fatto la storia della musica italiana: dentro, fin dall'inizio, ci sono stati Alberto Radius, storico chitarrista di Lucio Battisti, Maurizio Solieri, chitarrista per moltissimi anni della band di Vasco Rossi, Max Cottafavi e Federico Poggipollini, entrambi chitarristi della band di Luciano Ligabue; col tempo poi, si sono aggiunti altri componenti, come Stef Burns (che ha suonato, tra gli altri, con Vasco Rossi, ndr), e io. Per me, è stata davvero una grande emozioni ritrovarmi sul palco con alcuni dei miei eroi musicali, fra i quali, sicuramente, spicca Maurizio Solieri: a 12/13 anni sono andato a vedere per la prima volta Vasco Rossi, e c'era Maurizio che, con la Steve Rogers Band, apriva il concerto allo stesso Vasco. A me chiesero di entrare dopo avermi visto ad un concerto del primo maggio a Roma con Edoardo e, dopo poco che entrai a far parte di questo gruppo, abbiamo inciso un album, al quale se ne aggiungeranno poi altri due, prodotto dalla Sony e da Radio Italia, all'interno del quale, ognuno di noi suonava un pezzo di punta del cantautore di riferimento: io ho suonato Le ragazze fanno grandi sogni di Edoardo. La presentazione live dell'album, che abbiamo fatto all'auditorium di Radio Italia, fu veramente divertente. I nostri concerti funzionano così: ognuno porta in scena il proprio set, poi si passa a dei pezzi fatti in duetto e poi concludiamo suonando alcune canzoni tutti insieme. In genere facciamo circa quindici appuntamenti all'anno, alternando la formazione in base alla disponibilità dei componenti del gruppo."


Quali sono, per concludere, i tuoi progetti futuri nel mondo della musica?


"Sto lavorando con Edoardo in studio al suo nuovo disco: spero proprio che possa uscire entro la fine del 2019.

Oltre a ciò, sto facendo tante cose anche con l'Hillside Power Trio.

Una cosa di cui sono davvero molto contento, è di aver preso parte ad uno spettacolo, che si chiama L'uomo Rondine, firmato da Maurizio Lombardi, che racconta la storia di un incontro fra due ragazzi nella Firenze del 1944: altro non aggiungo, se non che è stato davvero uno spettacolo a dir poco commuovente. Si è creata una vera e propria magia fra la storia raccontata e le musica che ho scritto io e che ripropongo poi sul palco: ci hanno detto alcune persone che sembra proprio di vedere un film. So che a vedere lo spettacolo, che è andato in scena al teatro Puccini di Firenze ad aprile, sono venuti alcuni promoter teatrali: pare che sia piaciuto anche a loro e questo è sicuramente un progetto sul quale voglio lavorare ancora per riuscire a portarlo in scena anche la prossima stagione."



Di seguito, gli appuntamenti con Giuseppe Scarpato:


22/6 Loano (SV) Notte Bianca con Edoardo Bennato

27/6 Firenze La Toraia con Hillside Power Trio

30/6 Capitignano (SA) con Edoardo Bennato

2/7 Casole D’Elsa (FI) con Finaz (Bandabardò)

5/7 Genova Giuseppe Scarpato con Hillside Power Trio

10/7 Pisa Piazza dei Cavalieri con Edoardo Bennato

11/7 Firenze - Renai - Woodstock Celebration con Hillside Power Trio

12/7 Asti Piazza con Edoardo Bennato

14/7 Arona Piazza con Edoardo Bennato

18/7 Firenze MusArt Festival con Hillside Power Trio

19/7 Bagno Vignoni (SI) Un bagno di Birra con Hillside Power Trio

23/7 Palermo Teatro di Verdura con Edoardo Bennato e Orchestra




Articolo di Sacha Tellini

Le fotografie sono di Giulia Ghinassi


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