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"Bandabardò, ventisei anni splendidi": leggi l'intervista a Erriquez

Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con il fondatore, leader e cantante della Bandabardò, Enrico Greppi, in arte "Erriquez": di seguito, l'intervista.



Allora Enrico, quest'anno la Bandabardò compie ventisei anni di attività: quali sono le parole giuste per descrivere quella che è stata la vostra carriera?


"Sicuramente è stata una cavalcata trionfale perché è stata sempre in crescendo, come in crescendo è stato l'amore che abbiamo riversato in questo lavoro. Fin dall'inizio abbiamo seguito il nostro istinto, che ci ha suggerito cosa fare e cosa non fare e questa scelta ci ha dato ragione. Abbiamo sempre cercato di non tradire questo mestiere: per questo motivo, abbiamo fatto solo ciò che volevamo. E continueremo a farlo.

È una storia che è andata oltre qualsiasi sogno e aspettativa, anche se noi siamo, quasi per definizione, dei sognatori. Quando ci siamo ritrovati l'anno scorso a prendere in braccio il premio Fabrizio De Andrè è stata un'emozione unica: in due o tre di noi, siamo ancora qua a chiederci se è vero o no. Direi che è stata una cavalcata trionfale in compagnia di tanta, tantissima gente che ci ha sempre voluto un bene particolare, di cui andare sicuramente orgogliosi. La frase che ricorre di più fra di noi è "Bentornati a casa": che si suoni in Calabria o in Val d'Aosta, l'affetto che le persone ci trasmettono è sempre lo stesso, tanto da poterci considerare a casa in ogni località nella quale andiamo ad esibirci. Forse, questo è il segno più tangibile del fatto che siamo riusciti a trasmettere qualcosa di importante: questo timidamente sognavamo e questo abbiamo ottenuto."


Cosa si prova, nonostante il mondo della musica sia profondamente cambiato in questi ventisei anni, ad essere ancora sulla cresta dell'onda?


"Si prova una grande, grandissima gioia, che difficilmente può essere spiegata a parole. Non ci siamo mai posti dei limiti: se ci avessero detto all'inizio che saremmo durati sette anni, avremmo senza ombra di dubbio firmato per questo. Invece di anni ne sono passati ventisei, in cui una gran parte del pubblico che ci ha conosciuto alle origini, ancora continua a venire a sentirci. Alcuni di loro non si perdono addirittura un concerto. Questo senso di condivisione che sentiamo di avere con loro, racchiude tutta la bellezza di questo mestiere. Per noi, è quasi come se fosse un alibi, una scusa, quella di andare a fare i concerti, per potersi ritrovare tutti insieme sopra e sotto al palco a ballare le stesse canzoni e a provare le stesse emozioni, quasi fosse un ritrovo fra amici. Sentiamo quindi di condividere lo stesso senso della musica con il nostro pubblico. Al giorno d'oggi, è importante anche contarsi e sapere che non sei solo: se sai di non esserlo nelle tue paure, tutto diventa un po' più semplice. Ci siamo ritrovati ad avere scritto alcune canzoni nel '93 che ancora oggi sono attualissime, purtroppo o per fortuna. Questo vuol dire che siamo fuori dai tempi, siamo dei cronisti che portano in giro un certo modo di divertirsi e un certo modo di pensare, e questo ci sta premiando."


Uno scatto durante l'intervista

A proposito di cambiamenti avvenuti in ambito musicale, ai giovani aspiranti artisti di oggi si rimprovera spesso di non voler fare la gavetta: com'è cambiato, a tuo avviso, il processo di affermazione musicale? Ritieni che sia meglio oggi o che lo sia stato un tempo?


"Personalmente parlando, riesco difficilmente a criticare qualcosa. Forse da ragazzo ho subito molto le critiche, in alcuni casi anche bonarie come quelle dei miei genitori, sulla musica che ascoltavo, sui vestiti che indossavo, sulle feste alle quali andavo. Sembrava che la vita "giusta" fosse già passata e che a noi giovani toccasse vivere in una specie di fine del mondo in cui non c'erano più valori, o per meglio dire, non c'erano più quelli che andavano bene a quelli più adulti di noi: sono sempre un po' i soliti discorsi, ma questa è stata la mia esperienza. Oggi mi ritrovo io ad essere un adulto con un figlio e mai e poi mai mi permetterei di presentargli il mondo di ora come un qualcosa che è peggiore rispetto ad un tempo, sia dentro sia fuori l'ambiente musicale. Per restare in questo ambito, senz'altro ci sono dei fattori positivi che ai nostri tempi non esistevano. Se oggi vuoi ascoltare e vedere tanta musica, YouTube è senza ombra di dubbio uno strumento potentissimo, che pone delle possibilità di cui la mia generazione non ha sicuramente potuto godere. Per ascoltare, e non per vedere, un artista, dovevamo comprare un disco che costava mediamente settemila lire: un cambiamento epocale da questo punto di vista. Ai miei tempi, è vero anche che non vedevi l'ora, se amavi davvero questo mestiere, di partire per fare la gavetta, perché questo significava che avevi un repertorio da poter esibire. La gavetta diventava quindi, per certi aspetti, un momento meraviglioso, un'occasione nella quale ti potevi mettere alla prova, una situazione quella, in questo caso dei concerti, in cui riuscivi a capire cosa riuscivi a trasmettere e cosa invece non andava, una circostanza preziosissima nella quale potevi confrontarti con te stesso e con gli altri. La prospettiva del musicista oggi è completamente cambiata. Io continuo a ricevere a casa mia dei dischi, oppure dei link attraverso internet, i cui mittenti mi chiedono se quello che hanno composto può funzionare o meno e questo è un approccio che per me, francamente, è incomprensibile. Non si deve fare musica per entrare in una specie di olimpo dove tutte le persone sono ricche e belle, ma si deve farla perché chi si approccia a questo mondo senza il potere della musica non è niente: perché è un tuo bisogno reale e sincero, non uno strumento per soddisfare la tua vanità e il tuo ego. Io sono un timido cronico e quando ero ragazzo, solo quando imbracciavo la chitarra riuscivo a trovare i miei spazi e a vincere la mia timidezza. La chitarra rappresenta la gran parte dei miei sorrisi e gran parte della mia voglia di vivere. Sono questi i sentimenti che dovrebbero spingere una persona a voler fare l'artista, non l'applauso del pubblico, non la fama, non il fatto di essere conosciuto anche da persone a te estranee. Quando mi chiedono che cosa sia per me il successo, rispondo sempre che la nostra conquista più grande è stata quella di aver messo su una ditta, nel '93, che da ventisei anni ad oggi ha dato e tutt'ora dà da mangiare a sette famigli. Scusate se è poco. Insomma, è un risultato per noi fantastico e tutto è stato ancora più bello da quando questa grande famiglia che si chiama Bandabardò si è allargata: abbiamo dei ragazzi eccezionali che ci aiutano sul palco, che sono con noi da oramai più di dieci anni. Oggi, per provare ad avere successo, devi aver vinto Sanremo piuttosto che XFactor. Non so dirti se c'è effettivamente un meglio o un peggio, una volta funzionava diversamente mentre oggi funziona così, in maniera più "usa e getta". Alcuni artisti acquistano notorietà per un periodo di tempo proprio perché hanno vinto un talent show, poi magari spariscono nel dimenticatoio ed effettivamente deve essere una cosa terribile passare dal toccare il cielo con un dito al non essere più nessuno nel giro di qualche mese. Forse è meglio aver sofferto un po' come abbiamo fatto noi, aver fatto la gavetta e adesso, dopo aver fidelizzato il nostro pubblico nel corso degli anni, dopo essere cresciuti insieme a loro, avere l'enorme soddisfazione di vedere persone che vengono al concerto con il proprio figlio e il proprio nipote, tutti quanti legati dall'amore per la Bandabardò. Essere il momento di unione per qualcuno non ha assolutamente prezzo, nessun premio ti può trasmettere tanto quanto la vista di queste cose da sopra il palco."


Rimanendo in tema di cambiamenti, com'è cambiata la Bandabardò nel corso di questi anni?


"A parte qualche chilo in più e parecchi capelli in meno, ti posso assicurare che è cambiato ben poco. Come ti ho accennato prima, lo stesso rispetto e lo stesso amore per questo lavoro hanno fatto da filo conduttore per tutta la nostra carriera e questo ha comportato tutta una serie di cose che vanno oltre lo scrivere le canzoni in una certo modo. Ad esempio, non abbiamo mai cercato di imitare un nostro pezzo di maggior successo, né abbiamo mai fatto nulla per ingentilirci una fetta di mercato piuttosto che una radio. Oggi, buona parte della promozione musicale passa per le radio e noi non abbiamo mai fatto nessun tipo di pressione per essere trasmessi dalle varie emittenti. Ci siamo sempre detti ad esempio che, se alla produzione di Radio Deejay gli fossimo piaciuti, loro stessi avrebbero deciso di trasmetterci. A dirtela tutta, è successo che, senza pagare, in radio ci siamo finiti davvero: Linus ha trasmesso un nostro pezzo e Platinette ha dichiarato di essersi innamorato di noi e di voler girare con il nostro camper."


C'è qualcosa che cambiereste di ciò che avete fatto?


"Ben poco a dirti la verità. Probabilmente solo alcuni concerti, una residua parte, che avremmo preferito evitato di fare: su più di 1610 spettacoli, saranno più o meno 5 o 6, che rientrano tutti nei primi dieci anni della nostra attività, quindi in quella che è stata la nostra lunga, oberata e meravigliosa gavetta. Avremmo evitato di andare in alcuni posti a suonare dove, il pubblico locale, di andare a vedere un nostro concerto proprio non ne voleva sapere: sto parlando di qualche anno fa, quando la Bandabardò era parente stretta del comunismo e noi sopra il palco, chissà perché, eravamo brutti, sporchi e cattivi. Poi, per esempio, ti ritrovi alla fine di un concerto, che ho tantissimo nel cuore, a Campobasso, a parlare con dei ragazzi giovani poco più che trentenni che ti ringraziano per aver fatto uno spettacolo di due ore senza esserci risparmiati, cosa che non abbiamo mai fatto, né davanti a 10 persone, né davanti a 20.000. Ricordo che mi colpì molto inizialmente quello che ci dissero, ma evidentemente una spiegazione alle parole di quei ragazzi c'era eccome. Poco tempo prima del nostro, avevano infatti assistito ad un concerto di Paola e Chiara, che si era svolto così: una band aveva aperto le danze suonando qualche canzone, poi, nel bel mezzo di quello che era un centro sportivo, arrivarono loro due in limousine e giusto il tempo di due canzoni di numero che già il concerto era finito. Il tutto, rigorosamente in playback. Dopo ha ripreso a suonare la band che aveva aperto il concerto, il tutto per uno spettacolo complessivo di un'ora scarsa. Avendo solo questo e pochi altri termini di paragone, si erano fatti l'idea che noi eravamo finanche esagerati. Un artista invece deve dare tutto quello che ha, indipendentemente dal pubblico, in primis per un discorso di rispetto verso sé stesso."


Sicuramente, una costante di tutta la vostra carriera è stata quella di aver avuto, e di avere tutt'ora, molto seguito fra i giovani: come vi spiegate questa cosa?


"Più che da giovani in assoluto, direi da giovani di spirito. Siamo seguiti da persone che quando sentono il divertimento nella musica, ci entrano dentro, ne fanno proprio una cosa loro. Ce lo hanno insegnato Jannacci e Gaber: con la musica si può dire di tutto, anche delle cose terrificanti. Questo ci permette di poter affrontare anche temi che sono estremamente delicati, fatto che comunque è apprezzato dal nostro pubblico. In questo tour porteremo in scena una cover di Jannacci, Bobo Merenda, canzone che racconta la storia di una persona che muore sul luogo di lavoro. Anche se i media ne parlano un giorno all'anno, muoiono in media tre persone al giorno sul posto di lavoro. Ascoltando questa canzone da piccolo insieme a mio fratello, io piangevo e lui rideva: questa doppia chiave di lettura, che è un elemento cardine di tutta la poetica di Jannacci, è una cosa che riescono a fare solo pochi artisti. L'arma dell'ironia e dell'autoironia, elemento particolarmente forte in terra toscana, ci consente di esprimere noi stessi non ponendoci al di sopra di nessuno, fatto che è molto apprezzato da chi viene ai nostri concerti."


Enrico Greppi, in arte "Erriquez"

Quali sono gli artisti che più ti piacciono fra i cantautori attualmente in attività?


"Sicuramente Caparezza e Daniele Silvestri, che sono due artisti che piacciono a tutti i componenti del gruppo. Siamo sette persone con gusti musicali molto differenti fra loro, ma Daniele e Caparezza sono due nomi che mettono tutti d'accordo. Anche chi non predilige il genere di musica che fanno e non è portato ad ascoltarli per una questione di gusto musicale personale, ne riconosce comunque una validità enorme legata alle rispettive opere.

Personalmente, a me piace tantissimo Max Gazzè. Sono inoltre riuscito a capire Carmen Consoli, quando abbiamo condiviso il palco in occasione di un concerto a Roma: standole accanto e cantando assieme a lei alcune nostre canzoni, mi ha fatto capire che è veramente una gigantessa della nostra musica, un'artista davvero incredibile.

Alla festa che abbiamo fatto al Mandela Forum di Firenze lo scorso dicembre, in occasione dell'anniversario per i venticinque anni di carriera, oltre a lei e a Gazzè, che ha fatto un assolo di basso che ancora oggi quando ci ripenso mi fa venire voglia di ballare, sono venuti anche Tonino Carotone, i Modena City Ramblers, che sono i nostri cugini brutti e sporchi (ride, ndr) e Piero Pelù, altri quattro grandi nomi che sono amati da tutto il gruppo. Sarà un caso, ma sono tutti della nostra stessa agenzia di promozione, l'OTR live: il nostro manager, che ventidue anni fa è rimasto ingabbiato nella ragnatela della Bandabardò, ha accolto nella sua squadra, che oggi è diventata la più forte d'italia, tutti gli artisti che piacevano a lui. Direi che siamo davvero in ottima compagnia."


Come nasce l'idea di incidere una cover dei Les Négresses Vertes, Zobi La Muche, che è il vostro ultimo singolo?


"È un discorso che parte da lontano. Il gruppo che ha partorito questo pezzo nell'89, è un gruppo che per noi è stato molto importante. Ci ha infatti fatto capire come suonare e ancora prima come si forma un gruppo. Infatti, i Les Négresses Vertes, erano un gruppo formato da un francese, un rom di origini francesi, due italiani, un polacco e due magrebini, rispettivamente di origini algerine e tunisine: una miscela di etnie molto interessante, dove ognuno suonava come sapeva, senza che nessuno pretendesse niente di diverso dagli altri componenti. La somma delle rispettive culture musicali li ha portati a fare ciò che hanno fatto e così abbiamo voluto fare anche noi. All'inizio, c'è stato bisogno di un anno di dispotismo da parte mia per convincere tutti a seguire questa strada, per sommare le nostre culture e creare quella che è la Bandabardò. L'unico che si è dovuto impegnare per "imparare" ciò di cui avevamo bisogno, data la sua provenienza dal mondo della fusion, è stato Don Backy, il nostro bassista, che oltre a essere molto più bravo di quanto non emerga dal palco, dato che il basso nei nostri brani è molto al servizio della musica, è anche una persona disponibilissima ed ha imparato molto velocemente ciò che era necessario per dar corso al progetto. Oltre a questo, per noi è una figura di fondamentale importanza anche quando non siamo sul palco: oltre a catalizzare eventuali tensioni che possono sorgere fra di noi, è anche colui che si reca dal commercialista e questi sono due aspetti assolutamente importanti, da non sottovalutare (ride ancora, ndr)".


Che cosa dobbiamo aspettarci da questo tour estivo?


"Da questo tour il pubblico si deve aspettare sempre la solita Bandabardò, nel senso che continueremo a portare sotto i riflettori quello che siamo e quello che facciamo, possibilmente cercando di farlo sempre meglio. Non mi dimentico mai di ricordare che un'importante crescita, per quanto riguarda i nostri concerti, ce l'hanno riconosciuta in molti durante il corso degli anni: quello che facciamo su un palco lo stiamo facendo meglio rispetto a un tempo, il che non vuol dire che siamo cambiati, semplicemente lo facciamo con ancora più consapevolezza dei nostri mezzi, cosa che ci ha portato ad aggiustare il tiro durante alcune canzoni. All'inizio, commettevamo un errore che fanno molti gruppi quando si avviano a questa carriera. Accelleravamo molto i nostri pezzi e questo faceva sì che nel giro di poco tempo già avessimo finito i nostri concerti, che quindi duravano sempre meno rispetto a quelli che erano i tempi registrati in sala prove. Ricordo bene quando, in un concerto a Firenze dove oltre a noi erano presenti altri gruppi, fra i quali i Nomadi e i Litfiba, finimmo il nostro quarto d'ora di tempo, che era lo spazio concesso a ciascuna band, in nove minuti: il nostro modo di suonare le canzoni sul palco ci portava a tirare talmente tanto i pezzi da eseguirli in maniera quasi lampo. Ora riusciamo invece a dare il doppio di tiro, suonando in maniera diversa e questo penso che sia un fattore tanto importante per la nostra gestione della scaletta, quanto per la qualità dello spettacolo offerta al pubblico, che risulta molto più potente e molto più coinvolgente. Un'altra cosa che abbiamo imparato a fare, grazie alle richieste del nostro pubblico, rispetto alle quali siamo molto accondiscendenti, è quella di inserire quattro pezzi lenti nella scaletta di un concerto, quando per i primi quindici anni, non ne facevamo neanche uno, per paura di perdere la tensione nervosa del pubblico che, una volta che si è scaricato, è difficile riuscire a coinvolgerlo nuovamente all'interno dello stesso concerto. Soltanto Ubriaco canta amore poteva essere considerato, in maniera decisamente forzata, un lento, dato che lo eseguivamo a una velocità comunque troppo esagerata. Sempre il nostro pubblico ci ha indicato anche cosa fare di Manifesto. Qualche anno fa, durante un concerto a Roma, abbiamo eseguito questo brano, che era nato con un'impronta molto minimale, notturna e leggera, e da sotto il palco alcuni spettatori ci fecero alcuni gesti che ci invitavano ad interpretare il pezzo in maniera più kombat e più folk. Così abbiamo fatto e con nostra grande sorpresa, ne è nato un pezzo davvero molto interessante. Tra l'altro, questo nuovo arrangiamento della canzone ne comportò il cambio di posizione in scaletta e da allora è sempre il pezzo di apertura o quello di chiusura, fatto quest'ultimo non da poco, visto che il primo e l'ultimo brano di un live sono come un ottimo portiere e un grande centravanti per una squadra di calcio, assolutamente indispensabili per iniziare bene e finire in gloria. Quindi, se c'è un elemento che sottenderà tutti i nostri concerti, anche quelli che verranno dopo la fine di questo tour, è l'aspetto emozionale: tante, tantissime emozioni, sempre più grinta, energia e sorrisi e possibilmente, sempre meno fatica da parte nostra. Chiudo con una piccola anticipazione rispetto a tutto questo discorso. Abbiamo deciso di inserire nella scaletta di questo tour Negli occhi guardo poco, un lento che quasi mai abbiamo osato proporre dal vivo finora."


Quali sono, per concludere, i progetti futuri della band dopo la fine del tour estivo?


"Questo tour estivo sarà molto lungo, data che l'ultima data in programma è fissata ad Ottobre. Dopo essere partiti, un po' in sordina, con quelle feste che noi definiamo "pure" e nelle quali non manchiamo mai con i nostri concerti, come il Primo Maggio e il 25 Aprile, dove quest'anno abbiamo peraltro cercato un mercatino che vendesse delle mitragliette per fare una bella fotografia ma non siamo riusciti a trovarlo (ride ancora, ndr), adesso i concerti sono aumentati, per nostra fortuna, di frequenza. Capita di avere sette date quasi tutte attaccate, di dover tornare a casa a fare ottanta lavatrici e poi ripartire alla volta della prossima meta e del prossimo concerto. Nel corso degli anni, solo una volta finiti i concerti e dopo aver fatto cinque giorni di vacanza - parola che suona molto strana per noi - io e Finaz eravamo soliti partire per andare in posti isolati, senza cellulare, dove potevamo sperimentare quello che più ci piaceva. Quest'anno abbiamo invece cambiato il modo di scrivere i nostri brani: li stiamo infatti scrivendo durante questo tour. A dire il vero, abbiamo imparato a fare anche altro durante le tournée, non necessariamente qualcosa che sia legato alla Bandabardò. Io, per esempio, sono attualmente in studio come produttore con ben due artisti, mentre sto scrivendo alcune canzoni per altre persone e per la mia band. Nel corso degli anni ho sicuramente imparato ad essere multitasking. Penso proprio che a fine ottobre faremo uscire un po' a scaglioni alcune nostre nuove canzoni, con tanto di video promozionali. Faremo questa cosa un po' da giovani, per poi arrivare a racchiudere tutto il materiale, quando ne avremo abbastanza, in un'antologia dell'ultimo anno."



Di seguito, le date del tour finora annunciate:


04/08 Treviso (TV) - Suoni di Marca

09/08 Brescia (BS) - Festa Radio Onda d’Urto

17/08 Casalvieri (FR)

24/08 Forcelle di Tornimparte (AQ) - Piazza delle Felciare

31/08 Ravenna (RA) - Festa de l’Unitá

01/09 Sesto Fiorentino (FI) - Piazza Vittorio Veneto

02/09 San Marzano sul Sarno (SA)

10/09 Sortino (SR) - Piazza Santa Sofia

12/09 Pisa (PI) - Piazza dei Cavalieri

13/09 Isola del Gran Sasso (TE) - End Summer Festival



Intervista a cura di Sacha Tellini.

Foto di Giulia Ghinassi.


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