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#1 Record: il power pop dei Big Star

La band che portò per la prima volta negli States uno stile musicale che univa il ritmo tipico dell'hard rock dai potenti riff di chitarra con armoniose vocalità e melodie pop: il power pop.


La cover picture di "#1 Record"

Metti l'hard rock degli Who, le melodie dei Beatles e le chitarre brillanti dei Byrds: il punto d'incontro dei tre elementi rappresenta verosimilmente il power pop.

Il problema di arrivare "in ritardo" a conoscere un'opera ritenuta influente (e fin troppo sconosciuta) è che, probabilmente, nel frattempo hai già conosciuto altre opere condizionate per prime dalla stessa, quindi le qualità veramente innovative dell'originale tendono a perdersi un pò.

Pertanto, se stai ascoltando per la prima volta "#1 Record", le sonorità dell'album potrebbero ricordarti Tom Petty, i REM o, andando ancora più indietro nel tempo, i Byrds ed i Beatles.

Negli Stati Uniti, nel 1972, quando uscì l'album di debutto dei Big Star, nessun artista aveva intenzione di suonare così: un leggero e gustoso pop-rock, suonato in modo semplice con dolci armonie e chitarre jangly; da allora decine di altri gruppi hanno riscoperto questo modo di fare musica.

La formazione dei Big Star nasce a Memphis nel 1971 da un'idea di Alex Chilton (già voce dei Box Tops) e di Chris Bell. "#1 Record"appena uscì non ebbe il successo sperato (pur essendo universalmente elogiato dalla critica) e l'ingombrante personalità dei due leader portò Bell a lasciare la band nel 1973, subito prima di registrare il secondo disco "Radio City" (1973), ma questo disco di debutto, dalla fine degli anni '70 in poi, permetterà ai Big Star di diventare un vero e proprio gruppo di culto.

Dagli anni '80 furono molti i gruppi che citarono la coppia di singer-songwriter Chilton-Bell tra le influenze della loro musica (REM, Replacements, Posies, Teenage Funclub ed i primi Jesus and Mary Chain) e l'attenzione degli appassionati di musica si spostò sugli unici 3 dischi incisi dai Big Star innescando un passaparola che farà conoscere sempre più le canzoni del gruppo.


I brani di "#1 Record" sono "robusti", eseguiti con sensibilità,12 brani che colpiscono.

Raramente in un disco capita di ascoltare una sequenza di quattro brani iniziali con un sound tanto brillante e coinvolgente da catturare immediatamente l'ascoltatore: i primi 20 minuti in particolare sono praticamente perfetti.



La vigorosa e contagiosa Feel mette le cose in chiaro fin da subito: la voce di Bell tiratissima in stile Plant, batteria potente, suadenti chitarre elettriche blues e pure un intermezzo di sax. Neanche il tempo di riprendersi che inizia un delicato arpeggio seguito dalla voce di Chilton che intona la meravigliosa pop-ballad The Ballad of El Goodo che in poco più di quattro malinconici minuti sembra riunire insieme Byrds, Beatles e Beach Boys: 'Years ago, my heart was set to live, oh But I've been trying hard against unbelievable odds'. In The Streets è forse il pezzo ideale da far ascoltare a chi abbia voglia di capire cosa è il power pop ed è anche una delle canzoni più tipiche e famose della band: un brano che fa venire voglia di viaggiare su una decappottabile verso una meta incerta. La quarta traccia è un'altra ballad, forse la più bella di tutte, Thirteen: un folk acustico che affronta con innocenza il tema del primo amore, sonorità dolci-amare per ricordare l'adolescenza; il brano fu riproposto e reinterpretato negli anni '90 da Elliot Smith ed inserito nella sua raccolta postuma "New Moon" del 2007. Torna il ritmo con l'atmosfera rock'n'roll della successiva Don't Lie To Me, forse il brano più hard del disco. Passando da The India Song, un breve tenero momento acustico scritto dal bassista Hummel, torniamo ai prestanti ritmi di Feel e di In The Street con When My Baby's Beside Me. La retrospettiva My Life is Right ci regala gli ultimi guizzi elettrici, dopodichè i toni si abbassano per un finale forse meno intenso e più sommesso, con sofferti momenti malinconici suonati ed interpretati delicatamente e dedicati alla solitudine ed alla spiritualità come Give Me Another Chance e Try Again: 'Lord I've been trying to be understood and Lord I've been trying to do as you would, but each time it gets a little harder, I feel the pain but I'll try again'. Il suono delle 12corde di Watch the Sunrise è puro piacere per le nostre orecchie, rilassante e leggera, si prende lo spazio che merita. Questo lavoro si chiude con i celestiali 57 secondi cantati in coro di St 110/6.


La formazione dei Big Star - photo credits: DeBaser

Ai tempi, il disco quando uscì nei negozi era un oggetto alieno per Memphis e per il mercato in generale che era preso da altre sonorità e, anche se le recensioni erano tutte entusiastiche, non riuscì a vendere. I giornalisti si concentrarono su Chilton, facendo sentire così in disparte Bell che era di fatto anch'egli il fondatore dei Big Star ed aveva contribuito scrivendo, co-firmando e seguendo la produzione di tutto il lavoro inciso. Così in breve tempo Chris abbandona la band e cade vittima di una depressione dalla quale non si riprenderà mai veramente; morirà, appena ventisettenne, in un incidente stradale vicino a casa.

I Big Star sono una delle band più sottovalutate degli anni '70 ed il loro album d'esordio si è distinto nella scena del rock americano grazie alla sua unicità ed autenticità, offrendo un sound precursore dei tempi e mai realmente ancora sentito, soprattutto negli USA, in un periodo musicale più concentrato sull'hard rock, il blues rock e la musica psichedelica.

"#1 Record" è un album senza tempo, inserito da Rolling Stone al 434° posto tra i 500 migliori album: semplicemente uno dei migliori album pop mai incisi.

Non importa se quei giovani ventenni non ce l'hanno fatta, non importa se effettivamente il termine power pop sia stato inventato nel 1967 da Pete Townshend per definire la musica degli Who nella prima fase della loro carriera: con lo stesso tipico produttivo dualismo che caratterizzava Lennon-McCartney, così Chilton e Bell volevano forse soltanto che il sogno dei Beatles, dei miti degli anni '60 e di quelle melodie sognanti e trascinanti non finisse mai.


articolo a cura di Simone Berrettini.

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